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    PREDATOR [4]
    Saldapress. 48pp., a colori. 3,20€.
    Due episodi. La seconda ed ultima parte di “Nemesis” ( Testi_ Gordon Rennie / Disegni e Colori_ Colin Maclein ) e l’autoconclusivo “Prigioniero” ( Testi_ Gordon Rennie / Disegni e colori_ Dean Ormston).
    Non manca la versatilità grafica in questa serie , quanto piuttosto il (non)sapersi smarcare da dinamiche motivazionali e prassi attuative del tutto omologhe alla gemellabile ondata di fumetti che stiracchiano l’universo di “Aliens”. Le maggiori, residue , differenze qui riscontrate sono l’ambientazione comunque terrestre e la capacità di baldi ed organizzati uomini di fermare con un certo successo il Predator(e). Ritroviamo dunque l’austerità geometrica colorata da tinte caramellose in “Nemesis”; che diventa un “gran safari” tra la rete fognaria di Londra che sgrava nel Tamigi in un dedalo di cunicoli dove trova riparo una navicella dell’alieno cacciatore , a sua volta cacciato dal gentleman ex militare delle colonie indiane assoldato da una “massoneria” (?) di pochi avvertiti. Peraltro non in grado di gestire la tecnologia insita nell’astronave , perciò occultata come vuole ogni “buona” trama complottista. Balzo in avanti temporale per “Prigioniero”, dove l’aspetto “circense” delle morti violente spettacolarizzate tocca quello che ormai un sotto-filone nutrito del cinema horror , ovvero il reality show follemente estremo e cruento ( a cominciare dai parchi a tema Giurassico ;-)… ) che implode e và fuori controllo , nonostante gli sbattimenti di qualche dis-illuso raziocinante. Più robusti e saturi _rispetto al segmento precedente_ i colori assistono uno stile di disegno grifagno, che assegna un eccesso di rotondezze da palombaro alle tute indossate da uomini al contrario ritratti con la nervosa e spigolosa secchezza di un Tullio Pericoli invitato da Fulvia il sabato sera (cit.). Insomma, in quattro numeri scarse novità (imho).
    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      LA MIA PRIMA VOLTA _ My Lesbian experience with loneliness
      Edizioni BD. 140pp., b/n e colore rosa. 10,00€.
      Testi e Disegni_ Kabi Nagata.
      Lei le paga. Conosco solo di fama la graphic novel di Chester Brown, qui parafrasata, col resoconto autobiografico della vita di un fumettista che espleta i suoi bisogni affettivi- sessuali ingaggiando meretrici a domicilio , ma spero sia meno pesante, estenuante e narcisistica messa in scena a (non bei) fumetti di questa variant lesbo-manga. Invece di cercare uno psichiatra bravo , l’impudica autrice ci infligge un pippone (avvilente pure nel dato estetico) minuziosamente particolareggiato dei suoi ultimi dieci anni di tare psico-sessuali , parzialmente mondate _ in un gioco meta fumettistico che indispone ulteriormente verso la personalità (disturbata) della tipa_ dal suo acquisito successo di mangaka che appunto mette in scena i suoi problems di lesbica complessata trasandata anaffettiva e finanche autolesionista a 28 anni suonati , con un trascorso di lavori poco qualificati e peraltro persi per la fissa di considerarli a sua disposizione come elargitori di calore umano e tolleranza oltranzista delle sue mattane. Il tutto possibilmente fuori dal radar genitoriale , altro chiodo irrisolto nella tortuosa ricerca determinante di autostima.
      Monotono alquanto lo schema grafico uniformato di norma su quattro vignette a striscia per tavola, con un cambio di paradigma solo per “avvenimenti”particolari, tipo lei che esce di casa (sic!) che hanno di quinta le torrenziali didascalie “sfogatoio”della protagonista che si racconta letteralmente sempre al centro, con ulteriori scritte (!) non raramente, a sopperire disegni(ni)di bambina filosofica (cit.) che pare la versione ingrifata di Aika in “Hello! Spank” (ma somiglia di più al cane. xD)_ ma frigida nonostante il prodigarsi delle professioniste che dovrebbero “sbloccarla”quando però, par di capire, è tutto un fatto di testa_ smontanti qualunque libido. TERIBBBBILE (imho).
      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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        DEADWOOD DICK 6 L’Assedio di Adobe Walls
        SBE. 66pp., b/n. 3,50€.
        Testi_ Mauro Boselli / Disegni_ Stefano Andreucci.
        Ancora dal racconto “Black hat Jack” di Joe R. Lansdale. Asserragliati nel chiuso delle neanche troppo solide baracche di Adobe Walls, Dick e i Buffalo Hunters attendono con comprensibile nervosismo l’attacco travolgente degli indiani ( vedi DD_5) soppesando le motivazioni dei loro Capi , grazie al “disertore” (un americano adottato/integrato coi costumi dei “rossi” nativi) ammesso tra loro, specialmente per l’intercessione _tanto per cambiare spericolata_ del nero. L’impasse viene spezzato da un break event che “costringe” DD a fare lo splendido eroe, con l’acquisto di un nuovo personaggio (la cover dell’albo ne dà piena evidenza ;-) ), risoluto nel contribuire a sparigliare i piani nemici : visto mai che Dick e soci salveranno nonostante tutto la pellaccia?
        Non varia poi così tanto il “copione” rispetto alla prima parte, ovvero “Deadwood Dick “5, con una fitta serie di coloriti dialoghi per dare un certo affresco del selvaggio west , senza fare sconti a nessuno , ossia anche senza edulcorare l’offensiva (e lo stile di vita) delle Tribù indigene, che non si risparmiano anche rivalse intestine, all’insegna di una efferata violenza con scopi anche simbolici e “politici” (scoraggiare le razzie sul territorio dell’uomo “bianco”). Magari una volta scoperto che la fierezza guerriera non scampa dalle pallottole. Sbirciata la presentazione del numero sette notiamo il persistere di volti ormai familiarizzati, forse impegnati a mettere un punto definito ad un finale ad ora apparentemente facile e sbrigativo.
        I disegni confermano i loro livelli di pregio, col “personaggio nuovo” accolto con pose dinamicamente leggiadre (imho).
        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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          DAMPYR [226] Hellfire Club
          SBE. 96pp., b/n. 3,50€.
          Testi_Nicola Venanzetti / Disegni_ Fabrizio Longo.

          Una indagine quasi “rubata” a Dylan Dog, nel Kent (Gran Bretagna), dove la Yard si trova ad indagarare di un immobiliarista,rinvenuto cadavere, che si era dato ai giochi erotici sadomaso , andati forse oltre le intenzioni della sua esperta dominatrix, totalmente stravolta dall’accaduto. Il Det. Simon Fane, che ha agganci con Harlan e Kurjak, rileva inquietanti ma sparse similitudini con altri casi archiviati dove, da testimoni a vario titolo “inattendibili” ,emerge(rebbe) una costante figura deificata , venerata da una secretata società che affonda la sua origine nel libertinaggio più spinto di un esclusivo Club di erotomani settecenteschi, dediti a culti pagano-orgiastrici . Anche una grintosa giornalista d’assalto sta, con proprie fonti, risalendo alle morti sospette, muovendo da una polemica inchiesta su un ente caritativo privato dai contorni opachi ed affaristi, mappabili circa negli stessi luoghi dove sorse Hellfire Club.
          Testi piuttosto ordinati_ ancorché abbondanti_ nell’esposizione della trama che incastra gli elementi contestualizzati secondo una logica plausibile, per poi (in verità a partire dal canonico prologo in epoca passata…)frugare nel vasto campionario dei nemici affrontati dal dampyr ed estrarre la creatura maligna del mese (una delle non poche, tra l’altro , che non subisce i poteri del sangue di Draka; nell’ambito di una autoreferenzialità seriale che comunque rischia di disorientare il lettore occasionale …) . Non fuoriesce dal seminato neppure la rappresentazione del “torture porn” affidato/affiliato alla ennesima covata di ricconi intellettualoidi pervertiti ultra narcisisti, paludati ed accessoriati di strumenti feticisti e costrittivi “giustificati”in forma autoassolutoria da una superiore padronanza dei recessi borderline dell’esperienza umana in carne e spirito.
          Si può ben congetturare che Gustave Doré sia stata fonte d’ispirazione grafica per uno stile che mette a segno anche penetranti primi piani, virando verso l’esplicito scabroso e dionisiaco per il resto dei numerosi corpi affastellati nei baccanali. Forse troppo uniforme il trattamento dell’illuminazione ( che “brucia” i bianchi e sgrana le chine), che dovrebbe spaziare dagli asettici uffici della polizia fino a lugubri ed antichi manieri inglesi, ove anche l’espressione “se i muri potessero parlare…” è da intendersi quasi letteralmente (imho).
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            CANI SCIOLTI 3 E La chiamano estate
            SBE.66pp., b/n. 3,50€.
            Testi_ Gianfranco Manfredi / Disegni_ Pedro Mauro.
            Primo episodio inedito di questa sere, dato che i primi due _prima di queste uscite mensili da edicola_ sono presenti su un cartonato da libreria che l’editore aveva licenziato in onore dell’anniversario cinquantennale del ’68. Dunque è la “fatidica” estate sessantottina a farci di nuovo familiarizzare coi protagonisti : sei studenti universitari a Milano , di difforme estrazione sociale ma di eguali ideali progressisti _ che nel secondo episodio abbiamo trovato due decenni dopo, a gestire il pieno riflusso edonista degli anni ’80 e i primi bilanci della sopravvenuta età matura_ , decisi a dare pratica della loro gioventù anche nel “rito” di staccarsi dalla villeggiatura coi genitori e viaggiare piuttosto insieme agli amici, con entusiasmo, pochi soldi ed improvvisazione! Manfredi lascia partire due sottotrame di peso : la madre di una dei sei, donna attraente ed agiata _anch’essa altrove vacanziera_ ma con un malessere e una fragilità interiore allarmante, ed una turista-lavoratrice olandese, che finisce per aggregarsi ai ragazzi dopo una sgradevole esperienza personale ; ma la narrazione macina ritmi e motivi da prodotto seriale ancorato ad una familiare quotidianità affatto “ammorbata” di massimalismi e manicheismi della (ideologia) politica, comunque seguita con costanza dai giovani protagonisti, evocata di “sguincio” ma sostanzialmente abbastanza fuori dalla parentesi estiva. E dunque , le loro, sono dis-avventure logistiche e criticità ambientali (stanno dalle parti di Scilla…)che altrimenti potrebbero essere “spoilerate” come contorno di fatti più “succosi” ma che qui sono il perno degli accadimenti; ed anche questa è , in termini fumettistici, una sfida lanciata ai lettori: vedremo se sarà raccolta con favore.
            Evocativo di “cartoline” paesaggistiche anche lo stile dei disegni , che volentieri sovrappongono a collage le vignette per dare spazio a suggestioni visive che colgono l’attività del mare come anche antiche contrade ed edifici storici. Le “facce pulite” dei protagonisti non hanno bisogno di grandi sottolineature grafiche, sebbene l’autore abbia una qualche insistenza a lasciare linee spezzate e acute, finalizzate efficacemente nella riproduzione di automobili ed architetture d’interni (imho).


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              MIKE HAMMER_ La Notte in cui sono morto
              Editoriale Cosmo. 96pp., a colori. 4,90€.
              Testi_Max Allan Collins / Disegni e Colori_ Marcelo Salaza e Marcio Freire .
              Adattamento a fumetti di un testo degli anni ’50 di Mickey Spillane, a formare, in quattro capitoli una ruvida storia hard boiled ,che principia da uno dei cardini del suo genere : l’investigatore (del titolo) ha una tresca con la vedova di un uomo assassinato, verso la quale s’incarica “con zelo”, nonostante tutto, di scoprire i mandanti che hanno fatto la festa al coniuge. Non finirà bene.

              Tempo dopo , dalle parti di un locale( una bisca d’alto bordo) il cui proprietario Mike aveva “torchiato” per il caso della vedova fedifraga, nella prospettiva di un nuovo ingaggio il detective privato viene invece agganciato da una femme fatale che gli chiede protezione, sapendolo appunto avverso al mafioso a cui ha pestato i piedi (la rotula ,per la precisione…)e che è in collera con lei per il presunto ammanco contabile di una grossa somma di denaro . Soldi peraltro che lo stesso delinquente potrebbe aver invece stornato a sua volta; che è poi la versione della faccenda accreditata dalla girl, presto finita nel letto di M.H.

              Il materiale di partenza è dunque stagionato e già sottoposto a numerosi (e riusciti) tentativi di imitazioni, ma non meno regge nell’avvincente intreccio di una narrazione che coglie ambivalenze ,i sotterfugi ed i voltafaccia comportamentali dei personaggi, senza (almeno nei dialoghi…)disorientare o confondere i lettori . Lo stesso Hammer non è fin da subito certo in vena di scrupoli morali, sebbene tenga la barra dritta su una certa etica da reduce (ex) combattente e tra sé non denunci un afflato sentimentale per le sventole che gli capitano sotto mano, ben liete di cedere al suo virile fascino da duro e vissuto.
              Come nel caso di “Spider” le pagine sono nere ed i colori traslucidi, simil oleosi , atti a catturare l’incidenza della illuminazione su epidermide ed indumenti di personaggi dalle proporzioni quasi marionettistiche che, per quanto si agitino sembrano sempre “innaturali” ed imballate/imbambolate in una fastidiosa fissità. Ricadute, in termini di fluidità percettiva , nella continua decostruzione della gabbia, non sempre idonea a cogliere ed incatenare in sequenza l’azione riprodotta, pure con una certa asetticità nel riportare gli elementi di sfondo (imho).
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                KEN PARKER_ Colpo grosso a San Francisco
                Mondadori Comics. 96pp., b/n. 3,50€.
                Testi_ Giancarlo Berardi / Disegni_ Ivo Milazzo.
                Coriaceo e dalla pelle dura _indigesta perfino da squali del Pacifico, e salvata da tre malintenzionati marinai messicani_ l’infido Donald Welsh guadagna malconcio ma vivo le coste californiane prospicienti San Francisco. Chi si somiglia si piglia : appena giunto in città conosce una furba ed accondiscendente borseggiatrice, che gli passa qualche trucco ed alcuni contatti per tirare avanti ( di espedienti…) , ma il malfattore viene presto ingolosito dalla prospettiva di un colpo nella principale _ e meglio sorvegliata_ fonte di ricchezza del territorio. Serve un piano astuto, complesso e spregiudicato ,che Welsh pianifica con ferina determinazione. A tagliargli la strada Ken Parker, salito dal Messico con un amico , già vaccinato dalla spiacevole conoscenza del delinquente, tentando di re-incontrarlo in maniera non fugace per chiudere ogni conto in sospeso.

                Se il colpo di scena più immaginifico inerente al… Colpo (criminale) appare, detto alla romana ,“esagggerato” , la consumata attitudine alla scrittura di Berardi applicata al medium (fumetto. Con vezzi da romanzo d’appendice : didascalie linguisticamente pompose ed un finale che sapientemente non scioglie del tutto le sorti destinate al villain…)illumina personaggi robusti e ben caratterizzati , perfino con un fondo tragicomico a dispetto della drammaticità ed obiettiva violenza delle loro gesta, senza pedanterie e “liste della spesa” di amene caratteristiche enunciate magari verbalmente, preventivamente e staccate dalle possibilità del racconto sequenziale proprio della nona arte, difetti tipici della prosa di penne occasionalmente messe a sceneggiare fumetti. Diciamo _come del resto autodenuncia nel titolo_ che B. le spara grosse ma sa intrattenerci con una storia ritmata, divertente, inventiva e spettacolare. Avercene, a patto di non volerla mettere sulla fiscalità dello stretto realismo ;-). Ivo Milazzo accorda il suo stile _che, come si usa dire, “può piacere o non piacere”_ tirando via su dettagli onestamente ridotti a scarabocchi ma regalando altrove altrettanta matericità a ritratti vissuti e “sporchi “ unità alla definizione essenziale e pregnante dei luoghi della città, facendoci respirare il tenore della vita ottocentesca nelle carabattole e nelle attrezzature ancora ben debitrici del legname e del lavoro manuale (imho).
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                  JULIA n.ro 246 Il Delitto che paga
                  SBE. 132pp., b/n. 4,00€.
                  Testi_ Giancarlo Berardi e Lorenzo Calza / Disegni_ Luigi Pittaluga ( con la collaborazione di Luca Bonessi e Marco Soldi).
                  Il carico di un trasporto speciale, eseguito da due guardie giurate _ sotto le mentite spoglie di florovivaisti , e tuttavia ignari del bene scortato a mezzo di una pesante cassa_ viene intercettato da rapinatori; che lo prelevano con una certa approssimazione organizzativa , perdendo nella sparatoria provocata un elemento della banda e freddando a loro volta una guardia . I due sopravvissuti (tra di loro parenti…) hanno dunque la grana di doversi nascondere e trovare comunque il modo di far fruttare la “merce” sottratta…

                  Un troncone della vicenda ricorda, con significative varianti, un celebre film di William Wyler con Humprey Bogart e Fredric March ed innesta con questo l’efficacia di immediate aspettative di tensione emotiva e suspense, in una storia altrimenti alimentata da un siparietto del “cinema” messo su da Emily Jones per una storia di vu’ cumprà e bracciali d’oro e da un indizio che, appena reso noto, francamente rende abbastanza telefonata la trafila di intuizioni “femminili” di Julia, appoggiata dal “solito” Leo Baxter inviso dal “solito” Alan Webb, pressato dal “solito” Procuratore Robson a guardia di legge ed ordine in una città/mondo invece quanto mai instabile e disgregata. La soluzione di ciò, paiono dirci tra le righe gli autori, non può arrivare alzando steccati etnico religiosi; fermo restando che senza coesione familiare /sociale pure essere invischiati in delitti può “pagare”.
                  L’espressività dei personaggi , marcati _come tutto il resto_ da un forte tratto d’inchiostrazione sono il risultato grafico più felice di Pittaluga & friends, un po’ troppo insistenti su geometrie di linee che riempiono magari la vignetta ma lasciano pure un retro gusto di monotonia e bassa determinatezza degli sfondi, non sempre poi facilmente amalgamati con le esigenze , anche numeriche, degli attori della vicenda mossi e messi complessivamente in scena (imho).
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                  • Ultimamente sto leggendo la Don Rosa Library in lingua originale edita da Fantagraphics, dieci volumi cartonati a cui ha collaborato lo stesso Don Rosa.
                    "Compatisco quelle povere ombre confinate in quella prigione euclidea che è la sanità mentale." - Grant Morrison
                    "People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint - it's more like a big ball of wibbly wobbly... time-y wimey... stuff." - The Doctor

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                      MISTER NO [Revolution] 4 Qualcuno da amare
                      SBE. 66pp., a colori. 3,50€.
                      Testi_ Michele Masiero / Disegni_ Alessio Avallone / Colori_ Giovanna Niro e Stefania Aquaro.
                      Se temete gli spoiler raccomanderei di non soffermarvi sulla presentazione dell’episodio curata da Gianmaria Contro e passare direttamente alla lettura di un fumetto in cui ritroverete i saliscendi temporali che puntellano , in due fasi biografiche diverse , la personalità di Mister No e sostanziano le sue scelte (più o meno indotte…) di vita. Con qualche schematicità nozionistica nell’affresco ( comunque intrigante, almeno per chi scrive ;- ) )della società americana , a ridosso e successivamente la Guerra in Vietnam , partendo da New York City sino alla “permissiva” San Francisco , transitando per l’America veracemente rurale. Indubbiamente succedono cose, e Masiero riesce a far evolvere le sue trame “incastrandovi” le caratteristiche peculiari di un personaggio che , a fumetti, era conosciuto come adulto e in un contesto geografico differente (…ma l’impressione è che ci arriveremo…).Saranno soddisfatti I Paguri (cit.) che l’ammodernamento editoriale di Jerry Drake sia innaffiato da un linguaggio assai informale , in appoggio del resto alla franchezza con cui vengono affrontati temi sociali controversi come , ad esempio, le reti di mutua solidarietà intraprese da minoranze etniche e sessuali, nate nel contesto favorevole di Frisco e dintorni ma suscettibili di derive assai poco pace & amore. E, come ironicamente notato in alcune battute di dialogo Jerry non sarebbe Mr. No se non sapesse prendere di polso situazioni critiche e per lui anche abbastanza ricorrenti ,come la violenza subita e restituita od il “tradimento” delle sue compagne. Occasione per rimettere la sacca in spalla e lanciarsi o rivivere altre esperienze.
                      Belle le copertine di Emiliano Mammucari, altra colonna di “Orfani” importata su questa serie, come le stesse coloriste( con una vaga sensazione di “smarmellato”)ed il disegnatore , sorvegliato nella espressività di forme anatomiche che sfuggono allo stretto realismo e portano a casa sfondi definiti al minimo indispensabile torcendo il turgore di linee che paiono sovente eccedere la misura “naturale” (imho).
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                        KEN PARKER_ Le Colline sacre
                        Mondadori Comics. 96pp. , b/n. 3,50€.
                        Testi _ Maurizio Mantero / Disegni_Bruno Marraffa.

                        Il Governo federale sconta le cicatrici intestine della Guerra di Secessione, infiltrato la lobby corsare che hanno interesse ad un allentamento della vigilanza sui trattati (con gli indiani) territorialmente periferici ma ambiti in maniera crescente ed esponenziale dai coloni bianchi, specie se attirati dal miraggio dei giacimenti d’oro. Come dalle parti delle foreste nere del South Dakota, dove KP ha occasione di prestare assistenza ad una ragazza la cui diligenza è stata assaltata dai pellerossa, in un quadro di esasperante e crescente ritorsione nei confronti degli abitanti della cittadina di Sundance, non pochi dei quali fomentano intenzioni di una guerra aperta ai nativi. Ken, rapidamente entrato nelle grazie della girl si trova ben presto al centro di una polveriera pronta ad incendiarsi , traboccando da ulteriori provocazioni che, dolosamente , non tardano ad arrivare.

                        La storia mette in scena diversi scontri a fuoco ( il fatto che gli stessi indiani siano ben corredati di fucili alimenta una importante parentesi nelle torbide _ma limpidamente sceneggiate_ vicende del fumetto) di composita estrazione, per non banalizzare in una diarchia il complesso di cause che stanno per trascinare la regione a luttuose battaglie; e benché questi concitati passaggi non richiedano molti dialoghi Mantero riesce comunque ad organizzare una trama strutturata, con un qualche tocco di perfidia ( vedi la ragazza reticente con KP sulla questione dell’oro…)realistica, sebbene Lungo Fucile (Kenneth Parker)debba misurarsi con assiomi del tenore “non tutti gli indiani sono terroristi; ma tutti i terroristi sono indiani…” e fermo restando che deve sparare per difendersi da alcuni di loro. E pure il finale non è certo consolatorio a parole :-p.
                        Il buon Marraffa lascia molte vignette scontornate per riassumere da par suo, come si diceva l’ampiezza degli scenari (boschivi) ed i febbrili e continuativi scontri (…ed il preludio di essi), con una dinamica articolata che, semplicemente altrettanto spesso è servita su sfondi neutri ; con una fattura inesausta di tratteggi ,col senno del poi non spiacenti (?) ad un Bacilieri via S.Toppi (imho).
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                          CANI SCIOLTI 4 Segreti inconfessabili
                          SBE. 66pp., b/n. 3,50€.
                          Testi_ Gianfranco Manfredi / Disegni_ Pedro Mauro.

                          Raccontare il 1968 e dintorni, marcando sullo sfondo i densi avvenimenti socio-politici che vanno facendo Storia contemporanea , ma focalizzati sulle vicende umani comuni e “normali” di una meglio gioventù di sei studenti universitari (quattro Lui, due Lei…), genuinamente di sinistra ed imp(r)egnati del clima culturali di quegli anni formidabili (cit.), ma pur sempre governati da stimoli ed appetiti di un’età irripetibile , che forse come mai prima ha il tempo ed i mezzi per essere vissuta pienamente. Ed ecco quindi che il sestetto ( a cui si è aggregata una spigliata turista olandese loro coetanea…)può godere di una vacanza estiva a Positano , in discreta spensieratezza, almeno sino a quando arriva la notizia che (…). Ed al privato si assomma il pubblico , il locale ed il globale : “L’Unità” nell’edizione del 21 agosto 1968 titola “Truppe Sovietiche entrano in Cecoslovacchia”…

                          Tocca alla madre nevrastenica alto-borghese di una di questi “Cani sciolti”dare la scossa ad una sceneggiatura che altrimenti avanza quieta e sotto traccia , con piccole notazioni “di costume”, perfino pettegole e maliziose , dove l’elemento più prorompente può essere considerata la straniera “olandesina” che prende il sole in topless e pare intendersela col non giovanissimo padrone di casa, cortese , affabile ma chissà forse non del tutto disinteressato. Non sarebbe comunque facile , in questa linea editoriale “Audace Bonelli” che prevede una foliazione di sessantasei pagine ad albo dare spazio a così tanti personaggi , se non dunque aggregandoli in contiguità luogo-temporale e far succedere… Niente di particolare! Un po’ quello,portato agli estremi , che Bilotta ha tentato di fare col suo sfortunato “Mercurio Loi”, la cui trama orizzontale peraltro è stata “accelerata” in vista della chiusura della testata. Vedremo se sarà una scelta pagante ;-).
                          Completa l’operazione “nostalgia canaglia” (?) i disegni , che si presentano anche attraverso la cover (lasciando l’impressione che qualche pennellata di colore avrebbe giovato anche alle tavole…)in continuità con la produzione a fumetti popolare _e per fortuna abbondante_ che potevamo trovare nelle edicole degli anni ’70/’80, con un tratto che sembra scorrere “a memoria”, istintuale e poco ripassato, ma che comunque trattiene un efficace ritratto d’insieme anche negli scenari più strutturati (imho).
                          Ultima modifica di henry angel; 10 marzo 19, 06:17.
                          "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                            CANI SCIOLTI 5 Aquarius
                            SBE. 66pp., b/n. 3,50€.
                            Testi_ Gianfranco Manfredi / Disegni_ Luca Casalanguida.
                            Marghe, Lina, DeB, Milo, Turi e Pablo , bastonati dal lutto (vedi ep. precedente) e con poca testa per lo studio si dividono in differenti diversivi : la coppia nella vita Pablo e Lina salgono a Bormio, per l’imminente matrimonio di una sorella di lei. Milo e Marghe(rita) _su iniziativa e sostanziale carico di spesa della ragazza_ partono in aereo per NYC, ed infine DeB e Turi, rimasti a Milano, tentano di battere chiodo rimorchiando…
                            Con i tempi di un telefilm e una soap opera, ovvero tra trame “verticali” che durano forse un albo e una più generale linea narrativa “orizzontale” Manfredi continua a macinare una concatenazione di micro-eventi realistici che “sgattaiolano” agilmente sull’aspro crinale della grande Storia contemporanea , nel suo farsi sul finire degli anni ’60. Si riserva il “Jolly” Marghe che, da imballata di soldi può fare ciò che vuole, come appunto mollare tutto e recarsi nella big apple, testimone del fumato e pan-sessuato movimento hippie, ma pure gli sfarzi goderecci del “bel mondo” convenuto in mega party auto-celebrativi. Gli scrupoli etici pagano la decima alla coscienza sociale ( siamo ancora pur sotto la Guerra in Vietnam…), ma rimane pur sempre vigoroso il desiderio di experiences “psichedeliche” e liberate (più alla buona peraltro pure DeB e Turi…) tra la d’altronde vastissima platea gggiovane. Il Manfredi ci ha già fatto (in “Cani sciolti” 2 )un parziale resoconto di cosa diventeranno i sei in capo a vent’anni, sappiamo cioè che la laurea è arrivata per qualcuno, e dunque_ per non essere troppo schematico od accondiscendente?_ lascia qualche briglia sciolta al cazzeggio non responsabilizzato in maniera vincolante alla routine; anche se così , più che “comuni” queste giovani vite sembrano appunto quelle di una serialità televisiva che cerca (od ostenta ) di stare “sul pezzo” aprendosi laicamente a temi altrimenti bollati come “permissivi” in senso pernicioso a prescindere.
                            Torna Casalanguida dopo i primi due numeri, incaricato anche della cover. Un po’tirato via su alcuni sfondi , risolti con la schematicità del tirar giù linee grasse e cartesiane, i disegni non entusiasmano quando sono scompattati dal lavoro di inchiostrazione ( tipicamente Turi, Lina e Pablo che portano i capelli lunghi _e spesso vestiti _ scuri, mentre gli altri paiono avere in testa e sul corpo segni diacritici rozzi e quasi slegati a forme strutturate (imho).
                            "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                              JULIA n.ro 6 Jerry è sparito
                              SBE. 132pp., b/n. 4,00€.
                              Testi_Giancarlo Berardi / Disegni_ Marco Soldi.
                              Torna in edicola, ristampato nella collana “I Casi archiviati” (…che non essendo una raccolta cronologica ha come numerazione il “5”)il sesto numero della serie regolare di “Julia”, in cui Berardi fissa brillantemente alcuni dei canoni a venire, ricorrenti nella vita ventennale di questo fumetto. Già intemerata ed aristocratica nella gentilezza dell’aspetto Julia non teme di mischiarsi coi bassi strati sociali, con cui entra in sintonia ed in presa psicologica _ muovendosi con relativa indipendenza rispetto alla temuta istituzionalità delle divise (polizia)_rilasciando battute anche abrasive, che in un gioco intellettuale estende pure a Leo Baxter, mentre Alan Webb “sonda” affascinato l’interesse (?) della criminologa, sebbene, per carità, rimanga irriducibile nei suoi orientamenti conservatori.
                              Poi ,esaurito il “siparietto” di situazioni casalinghe amene, con l’energico contributo della collaboratrice domestica Emily Jones, si entra nel vivo di un “Caso”che, nel bene e nel male, si prende il tempo di caratterizzare umanamente in maniera stratificata e problematica diversi protagonisti di una incresciosa vicenda : una giovane mamma perde di vista il figliuolo di soli quattro anni mentre lo accudiva al parco. Spontaneamente tra i frequentatori dell’area verde nasce una gara di solidarietà per rintracciare il bambino, ma ogni ricerca si rivela infruttuosa, facendosi strada l’ipotesi di un abominevole rapimento. Ed infatti…

                              La sceneggiatura mischia bene gli indizi, molteplici e magari in contraddizione tra loro, anche perché il movente della scomparsa del piccolo non pare univoco. La madre, carina quanto forse immatura suscita un senso di compatita protezione; maledicendo piuttosto chi o coloro che hanno concepito una tale straziante fonte di dolore, che volge ad una moderata speranza quando alla donna iniziano ad arrivare telefonate (ovviamente) anonime che la “aggiornano” su Jerry, il suo bambino, senza chiarire se si cerca una estorsione di denaro; che peraltro la signora non ha, e che dovrebbe al limite chiedere alla nonna di Jerry. Ed è proprio su questo filone della faccenda che Julia punta la sua attenzione, trovando altro che una pura questione di quattrini. La disponibilità d’ascolto e comprensione delle “nostre” debolezze non farà sconti nel finale…

                              Marco Soldi , anche primo e prolungato copertinista della serie ci dà una Audrey Hepburn/Julia giovanile e “scapigliata”, ma si accomoda abbastanza sul generico per gli sfondi ( non è strano ,naturalmente, che l’estetica abbia punti di contatto con “Ken Parker”), senza sovente chiudere tutte le linee su soggetti che d’altronde in campo lungo/lunghissimo nella loro essenzialità apparirebbero indistinti e forse pasticciati da un segno che non appare rifinito da materiali da disegno con un’ampia gamma di spessori del tratto; come di un lavoro costante ed istintivo che però piega anche al grottesco (penso addirittura a “Spirou”come ispirazione fondativa…)su molte figure. Comunque è un episodio “giallo” che regge fino alla fine , con Julia che vi inietta a suivre grinta ed iniziativa (imho).
                              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                                DAMPYR [228]La Serva
                                SBE. 96pp., b/n. 3,50€.
                                Testi_ Antonio Zamberletti / Disegni_ Fabrizio Russo.
                                Angariato dalla sua vita di poliziotto Vilmos Farkas si fece investigatore privato, disilludendosi ulteriormente dietro ad una umanità di cornuti e rancorosi; ma il suo ultimo cliente è (stato) una promessa (Durenmatt?),data in punto di morte sulla tutela di una ragazza ora scomparsa (!) a Budapest.
                                All’inizio basito ma tosto ( la storia è in buona parte contrappuntata da sue dichiarazioni didascaliche, stile “scuola dei duri”)si vede affiancare, in uno spericolato e parziale sodalizio , Harlan, Kurjak e Tesla, impegnati sulle piste della stessa ( ma non la prima)giovane eclissata nel nulla. Inquietanti sparizioni, a carattere e modalità seriale, che richiamano al vampirismo; ed alle famigerate gesta _ascritte con immenso scandalo tra le aristocrazie ungheresi del 1600_ della Contessa Erszébet Bathory, coadiuvata dall’efficiente serva Dorothea “Dorka” Szentes, che non condivise infine la sorte della sua padrona e…
                                L’impianto narrativo è (s)bilanciato in parti “spiegone”che danno conto delle coordinate storiche e biografiche della faccenda , e parti “azione” in cui la capatosta di Farkas sbatte contro la non morta ed il Dampyr , incassate intemperanze e premure del neo “socio” si scalmana per parargli il c…ollo; lasciando peraltro al lettore “riempire”con la saccenza di molte altre situazioni analoghe incontrate negli albi precedenti alcune falle di conseguenza di fatti che ci sono consegnati aprioristicamente ai giorni nostri. Come è accaduto raramente negli ultimi albi Harlan Draka mette a segno un punto definitivo nei confronti della sua nemica, onorando un mostruosamente spropositato antico femminicidio,ricalcando tuttavia stilemi abbastanza risaputi e riadattabili , per una serie in edicola ormai da diciannove anni , che nel prossimo episodio promette una svolta esiziale nel destino del “Soldatino” Kurjak : una botta di…Morte ( e nuovo vigore alla testata?). Ai disegni pare mancare un’ultima tacca di perfezionamento, tra sfondi levigati fino alla piattezza anonima e ritratti talvolta evanescenti , od al contrario lambiccati e fin troppo “farciti”sullo stretto dei p.p. (imho).

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