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Dylan Dog - i fumetti

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  • Episodio permeato di azione, con un minimo cappello introduttivo che assorbe Dylan in una dimensione gotico orrorifica tangente alla serialità sci-fi di marca storicamente anglosassone. Paola Barbato ai testi estrae Bloch dalla sua dimensione di pensionato ( a cui lei stessa ha avuto il compito di relegarlo…) per spalleggiare l’indagatore dell’incubo in una trasferta “Lovercraftiana” in una provincia dimenticata dagli uomini ma pervasa da “qualcosa” che non si dimentica di loro , ed anzi li vorrebbe trattenere per un’eternità… Possiamo con ciò considerare la storia come in unità di spazio, tempo e luogo, con regole interne e peculiari, che Dylan dovrà scardinare con (anche) l’impaccio che gli conosciamo nella caratterizzazione primigenia infusa da Tiziano Sclavi , e qui ammodernata con il “tormentone” dello smartphone ed una certa attiva giovialità di Bloch, che non gli trovavamo quando prestava servizio a Yard.
    L’innesco della trama odora di classico , con Dylan in bolletta che forza se stesso ad accettare un caso di scomparsa di persona, che non parrebbe nemmeno avere caratteristiche convincenti (ma il lettore ne è stato edotto
    ) di scartamento nel soprannaturale. E invece…Diventa un’avventura in cui DYD dovrà profondersi senza risparmio, pure delle sue fobie.

    Le accentuazioni tipiche del tratto di Giampiero Casertano si esaltano nella strutturazione di personaggi cafoncelli e sguaiatamente sopra le righe; che peraltro avranno occasioni per legarsi in una mutua amicizia. Ma nel fragoroso finale ci viene dato da pensare che saranno prontamente sostituiti da soggetti con eguali tare...

    Non malaccio, ma pare quasi di più un gameplay.
    "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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    • Numero quattro : “Fuori tempo massimo”.
      Aneddoto personale. Leggevo Dylan Dog da vari anni, e per una delle mie impuntature iniziai un colloquio epistolare con il gentile e paziente Mauro Marcheselli, che tentava di arginare il mio disappunto per una delle tipiche situazioni stereotipe contenute nei fumetti horror : la coppia di tipe scosciate ed ocheggianti che facevano auto-stop per ritrovarsi squartate dal maniaco di turno… Dei miei scrupoli “politicamente corretti” si beffeggia Roberto Recchioni in questa storia prospera di rimandi “maleducati” alla cultura pop su cui è stato “cucinato” il fenomeno editoriale “Dylan Dog”. Dandosi sulla voce con un Groucho particolarmente in palla ed un Villain (risvegliato da un coma ventennale e fuori registro sui cambiamenti di usi e costumi inevitabilmente intervenuti in sua “assenza”…)loquacemente collaborativo, Dylan innesta una riflessione semi-seria sui tempi andati e rimpianti con un criterio di selettività naturalmente a posteriori. Quasi una madeleine proustiana pucciata nel sangue, giusto per non anestetizzare i sensi al semplice effetto nostalgia .

      Massimo Carnevale ai disegni è accreditato come degno prosecutore della scuola latinoamericana. Sembra voler accentuare il senso di straniamento dei protagonisti allungandone i connotati in maniera “equina”; attendendo alla dinamicità delle figure fors’anche a discapito degli abbellimenti con cui precisa le sue apprezzatissime illustrazioni da copertina. Questa è a cura di Maurizio Di Vincenzo , con posa un po’ incongrua sotto famelici zombie. Numero tutto in notturna che condiziona, giustamente, la paletta cromatica verso una sobria uniformità, con l’eccezione che balza agli occhi nella parte in flashback.


      Recensione di Gianluca "RKC" Carboni dell'ultimo DYD Color Fest:
      https://www.youtube.com/watch?v=raw_ijWFRIY
      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      • Gazzetta e DD : siamo alla frutta !
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        • Numero cinque: “Il Mago degli affari”.
          Giovane, venuto su dalla provincia gallese, si afferma tra i più brillanti broker della City; ma è latore di oscuri segreti che segnano le sue origini. Dylan lo segue da vicino…

          Pasquale Ruju scrive una storia abbastanza zoppicante nel suo svolgimento ,quanto discutibile nelle premesse. Aggancia la nostra curiosità con l’inusuale insistenza dell’investigatore dell’incubo versione tampinatore e si lascia dietro un finale aperto (ma) abbastanza prevedibile. La trama, gravida di didascalie, rende “giustizia” ai personaggi ma non dovrebbe cancellare l’inopportunità del caso accettato da Dylan. L’attore Cillian Murphy fa da modello, nella parte del cattivo, ai ritratti di Nicola Mari , il cui stile viene presentato da Luca Barbieri nelle due pagine di chiusura dell’albo come “asciutto e netto” a propensione del gotico. Con la dovuta modestia aggiungo però che è ben altro da un Dino Battaglia, e le sue linee arzigogolate non giovano alla compostezza che dovrebbe avere (?) un genere prossimo al lutto ed alla comprensione del dolore.
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          • In sintesi è un giallo , scritto da Barbara Baraldi al suo debt sulla serie regolare, solido abbastanza per sorreggere l’albo e per regalare a Dylan il ritrovato accento del seduttore, di girls belle ed inquietanti, capaci di invitanti sottintesi, con una vena di dramma e malinconia esistenziale a corollario di una sessualità ambigua e predatoriamente sfacciata. Le due femmine costituiscono il motore di una rivalità scaturita nel mondo dell’arte, segnatamente della pittura , in cui la bionda ( una Veronica Lake per l’aspetto; Kim Novak per il nome, con “L’Anitona” di felliniana memoria; ed una Sharon Stone per la base del soggetto…) è la quotata artista che è tornata alla ribalta dopo un grave fatto personale; e la mora Rita Leigh ( pure lei un nome da Hollywood, la frangetta di Demi Moore e la grinta di Natalie Portman) la rampante nuova proposta che (le) vorrebbe rubare la scena artistica, o forse perfino la vita(?). Poco beato ma tra le donne Dylan , suscettibile al solito di coinvolgimenti sentimentali, deve cercare rispondenza tra le ossessioni vicendevoli delle due pittrici, scortando dapprima la sua cliente (la bionda) al riparo dai sospetti ( che lui stesso non potrà non avere…) per delle tragiche morti straordinariamente preconizzate da suoi quadri macabri, ormai il soggetto esclusivo dei lavori della tipa.

            I dipinti , se inquadrati nelle proporzioni esatte della vignetta forniscono al talento di Nicola Mari, più di una volta, un momento di sorpresa meta-fumettistico allorché Dylan diventa soggetto da ritrarre, esposto alla voluttà degli sguardi dei creatori e dei conoscitori d’Arte, un mondo “barocco” e stravagante in cui Mari può riversare tele, vestiti appariscenti e loft da eccentrici genialoidi ( un ambiente _come si può immaginare_ abbastanza inviso all’indagatore dell’incubo; e calpestato senza timori reverenziali dall’irascibile Isp. Carpenter). La naturale eleganza e presenza scenica delle sue figure ( ognuna di esse pare una mannequin…), sa riempire le tavole con debordante efficacia, mentre di nuovo Hitchcock pare ispirare gli arditi punti di vista delle non molte scene d’azione. Decisa, come suo solito, la turgida distribuzione delle chine.

            Bel numero, al netto dell’esercizio (indispensabile?) di denotare DYD nella sua fase due o tre o che punto zero.
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            • Numero Sei : “La Lettera bianca”
              In pratica la versione by Giovanni Gualdoni di “Rughe”. Dylan riceve una lettera intestata , ma senza altro contenuto, che lo fa risalire ad un suo affezionato Prof. di Liceo, ricoverato in ospedale per un affaticamento cardiaco dovuto ad una sbalorditiva disavventura , a cui il suo ex allievo tenta di sottrarlo , ma…

              Il racconto ha un cambio di prospettiva , a mezzo della quale viene sciolto il “mistero” , riconsegnando in una malinconica , umana e forse definitiva forma il ritrovarsi del Old Boy col suo maestro ( si può dire anche) di vita.
              Potendo giostrare su molteplici registri estetici Corrado Mastantuono sceglie di deformare l’universo dylaniato con uno stile vicino alla scuola Disney, al servizio di una storia struggente , sovrapponibile alle sensibilità di tutte le generazioni. Fatta eccezione di un certo carico di dialoghi , il tocco è lieve ma non può lasciare indifferenti,

              La cover è di Marco Nizzoli,sostanzialmente slegata al tenore del soggetto.
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              • troppi formati, troppe novità in continua uscita ............. sempre peggio Bonelli jr
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                • Numero Sette: “Il Buio nell’anima”.
                  Consono allo sceneggiare storie che prendono l’abbrivio nei territori del fantastico e soprannaturale, per poi concludersi nella solidità di un percorso attendibile che regga un fondo di realismo, Claudio Chiaverotti gioca di sponda su un personaggio da lui stesso varato nella serie regolare, sul registro di una entità malvagia accidentalmente rievocata da alcuni malcapitati. Le regole di ingaggio del “mostro” si limitano all’enunciato e non destano certo l’entusiasmo della innovazione. Più pregnante nell’intreccio _ nella competenza di Dylan Dog_ il collegamento venutosi a creare tra persone di ceto sociale eterogeneo , che spiattella una “morale” classista ben definita , benché a Dylan venga concesso il proposito di “…non [spetta a me] giudicare”(cit.).

                  Le vignette doppie in particolare, rendono giustizia all’enfasi dinamica impressa dai disegni di Patrizio Evangelisti, infittiti di particolari ma ugualmente forti nella resa tridimensionale del quadro , con i vari elementi dotati di un loro spessore volumetrico. La “interpretazione” di Dylan , bagnata da colorazione da toni tenui ( e virata sul grigio nei flashback), è abbastanza originale; e lui, nei canoni del “verismo” , lo si potrebbe pure trovare abbruttito.
                  In sintesi un episodio con scarni guizzi narrativi , illustrato con non indifferente personalità.

                  Carlo Ambrosini firma la cover.


                  Gianluca "RKC" Carboni nella video-recensione di DYD 348:
                  https://youtu.be/n-akf9MxE4s
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                  • Numero Otto: “Lacrima di stella”.
                    Suscettibile di ponderose riflessioni che vanno dal senso della vita, al conforto delle religioni, fino alla dissoluzione definitiva spiegabile con i criteri della Fisica, o semplice intrattenimento per racconto di Giancarlo Marzano con la versione onirico-filosofeggiante di un Dylan sempre aperto alla diversità ,e costretto a difendere se stesso e nuovi amici dall’assedio di bestie fameliche, trasportato su un mondo che non è il nostro (!). Diligente Daniele Caluri, controllato alla maniera di Fiona Staples più che nei suoi stessi fumetti ( Don Zauker, Nirvana) nelle deformazioni anatomiche ,definibili con senso di reciprocità , aliene. Edificante, e senza schifare la definizione politicamente corretto.
                    Copertina di Nizzoli a tema libero: il suo.
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                    • e pensare che una volta lo leggevo e lo aspettavo sempre..adesso mi pare una brutta copia di quello che fù.peccato:'(
                      "Non discutere mai con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza"

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                      • Numero Nove: “La camera chiusa”.
                        Testi_Rita Porretto e Silvia Mericone / Disegni_ Simona Denna.
                        Team tutto femminile per una storia che, già dal titolo, echeggia atmosfere gotiche e viziate, di un incubo non sense che blinda in un malsano loop spazio-temporale l’indagatore di Craven Road durante una presagita routine di caccia al fantasma da un ameno monolocale. Gli elementi surreali tratteggiati nello script catturano l’attenzione, vigilata col crescendo di eventi ciclicamente destabilizzanti e fuori dal raziocinio. Tuttavia la stretta finale sembra deviare su un piano metaforico distanziato , quasi che le due autrici annaspassero in cerca dell’obbligata conclusione , interpretabile fuori testo. Pensieri e parole di Dylan tradiscono, imho, una certa predisposizione alla letterarietà e perciò suonano un po’ artefatti. I disegni recuperano una versione di Dylan “bel tenebroso”, con il solito espediente della barba incolta a sottolineare sofferente abbattimento, peraltro combattuto da inesauste speculazioni analitiche. Però, mentre nei primi piani pare di ritrovare il segno di un Claudio Villa , nei totali il personaggio diventa un “omino” abbastanza anonimo schiacciato (immagino volutamente) nelle proporzioni abnormi e “grandangolari”che prende la camera.

                        Episodio intrigante, ma forse non del tutto risolto.

                        Cover: Marco Soldi.
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                        • Finalmente ragazzi.

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                            lo hai letto? se vuoi/puoi che ne diresti di scrivere una rece?
                            grazie in anticipo!

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                            • Numero Dieci : “Le Radici del male”
                              Crossover tartufescamente volpino nel ricacciare un’avversità malefica sulla strada di due personaggi Bonelli che , in naturale regime di separazione, l’avevano entrambi già combattuta. Capo redattore centrale e dipendente effettivo della SBE, Michele Masiero si industria di conserva perciò a limare le distanze non solo geografiche ma pure temporali (mezzo secolo abbondante!) tra Dylan Dog ed il Nolittiano Jerry Drake aka “Mister No”, che gioca nel suo, da americano burbero-ma-bonario impiantato in Amazzonia. Tocca dunque a Dylan andare in trasferta, portandosi dietro la petulanza delle sue fobie e uno stile di vita poco affine al luogo ed al tempo ospitante. Eccentricità che tollera abbastanza di buon grado Jerry, ingaggiato per fare da guida ad una escursione mirata di Dylan Dog . Un pellegrinaggio con “ex voto” da incubo per l’indagatore del.

                              Mai quanto l’arrampicata sugli specchi dello sceneggiatore per far convivere o “connettere” le due “primedonne” in una avventuretta che tra convenevoli e trasferimenti , antefatti e spiegazioni termina a sprone battuto. Peana per la solida affidabilità di Fabio Civitelli ai disegni , “partito da una personale linea chiara sui generis e approdato a uno stile unico ,di grande realismo e pulizia , arricchito da ombre, tratteggi e retini” (cit.). Maurizio Di Vincenzo firma la copertina.
                              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                              • Nel solco bonelliano dell’antagonista ricorrente di ogni titolare di testata, qui ne emergono due, riciclati da un episodio di alcuni numeri addietro , con quelle caratteristiche di paradossale /virtuale indistruttibilità che ne fanno una riserva da cui attingere periodicamente. Con loro si può altresì largheggiare in esagerazioni splatter ,senza intaccarne irreversibilmente le capacità auto-rigeneranti. Chiariti i termini della pugna, Paola Barbato _strettissima collaboratrice di Recchioni nella fase di rilancio di “Dylan Dog”_ impagina un efficace “dai-e-vai” di battute e freddure che coinvolgono con dignità di parola e spessore d’azione Groucho, Bloch e Jenkins , quasi a risarcire _in special modo gli ultimi due_ del ruolo affatto marginale, alla resa dei conti, a cui sono assegnati nella disposizione attuale della serie regolare. Peraltro la vicenda ha striature di malinconica commozione, ed è meno “cazzara” di quanto lasci preventivare l’intonazione del soggetto. Il rispetto di una più stringente continuità tra i vari episodi ne risucchia porzioni di altri , forse senza una vera necessità ,piuttosto allo scopo di rafforzare comunque la mitopoietica dell’universo dylaniato.

                                Poco aggraziati i pennelli di Bruno Brindisi , che sembra cercare una economica immediatezza a discapito dell’accuratezza e della “solidità” del disegno, in particolare negli sfondi . Inoltre: siamo pur sempre su “Dylan Dog”, non si possono disegnare le mutilazioni come ( con rispetto parlando…) Jacovitti sui diari delle medie! Il prossimo mese si arriva a quota trecentocinquanta, celebrata con un albo a colori.

                                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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