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Dylan Dog - i fumetti

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  • Originariamente inviato da henry angel Visualizza il messaggio

    Consumando il credito di sceneggiatore esordiente ma altrove già affermato , Francesco D’Erminio in arte (solitamente autore completo) Ratigher si rapporta a “Dylan Dog” con una storia che appare sin troppo studiata per alzare clamore, flessa tra ambizioni di filosofia spicciola ed ammiccamenti alle aspettative del lettore, “simpaticamente” ( e a lungo andare banalmente…) disattese lavorando su eccentricità che non hanno invece sorprese nascoste, quando l’evento straordinario fulcro dell’episodio invece si palesa come era stato esattamente preconizzato. Il secondo atto della sceneggiatura deborda in ampiezza e lascia a lungo Dylan impigliato in una cittadina della costiera scozzese , ad archiviare un “banale” caso di omicidio , una indagine commissionata dalla maestrina dell’asilo locale, con una personalità bipolare (concediamo il quasi) esplicita nelle sue profferte. Fatto salvo l’antico adagio (tira più un pelo di…), Dylan si lascia risucchiare nella “tipicamente” sondata vita di provincia, imbandita di “bifolchi” e “scemi del villaggio” pregni di spirito di rivalsa contro l’incolpevole inglese e metropolitano. Neppure la specialissima leggenda che porta in dote il loro borgo di pescatori riesce ad eiettare l’indagatore dell’incubo, che anzi sembra l’unico _insieme alla fin troppo intraprendente maestrina_ con le carte in regola per affrontarla,discendendo dantescamente una scala all’inferno , ed affrontando degli step olografici che schematizzano il loro modo di vedere ed affrontare la vita , premiandone la faticosa conservazione.

    Qualcheperplessità la solleva anche, imho, Alessandro Baggi ai disegni. Adattandosi ad un montaggio delle vignette che prevede anche diverse tavole mute , spaginate e in libera uscita dalle tradizionali tre fasce della gabbia bonelliana, l’autore cerca di domare il barocchismo di un soggetto che tutto sommato richiede un approccio ambientalmente realistico . Sembra guardare a Casertano per la spiccata caratterizzazione degli “indigeni”, ma manca il bersaglio ( secondo me) proprio su Dylan e l’amica, che trasmettono un’idea di disarmonia anatomica (faccioni, manone, posture stirate in lunghezza…) in cui si ritrova poco coerentemente _ anche in se stesso_ il ritratto di Dylan, che pare un “altro”, sbracato o anonimo non sempre come richiederebbero le circostanze. E se la tira pure da figo per mica poi tanto bonariamente marcare la distanza coi villici scozzesi.
    mi è capitata sotto mano oggi, erano anni che non leggevo Dylan...bruttina proprio: testi banalissimi e scontati, trama insignificante. Davvero mi ha lasciato un brutto sapore in bocca
    il livello delle altre storia odierne si assesta su questo o è stato uno sfortunato caso?


    Honour to the 26s

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    • E' stata la prima sceneggiatura di Ratigher sul personaggio. I dialoghi mi sono sembrati minimamente arguti, è più l'incedere della storia e la strutturazione degli atti che non (mi) entusiasma. Se credi puoi tentare con altri numeri per soppesare se il "livello" ti può sembrare più accettabile. Sempre ostico intervenire sui gusti personali (altrui).

      DYD I Colori della paura
      Numero Ventuno : Doppia Identità
      Il prolifico Giovanni Gualdoni (testi) imbastisce una storia che prevede lo spiazzamento del lettore , presentando “understatement” Dylan ben lontano dai canoni comportamentali conosciuti; che si diletta amatorialmente di cronaca nera in compagnia di un’amica con lo stesso “pericoloso” hobby…
      Le caratteristiche di eccezionalità dell’evento, fatta salva la forma indagativa succinta e praticamente auto-denunciata come zoppicante (vedi pag.27), volge _imho_ al positivo il trattamento del soggetto nella sua (in)credibile spiegazione finale, lasciandosi una coda letteralmente mefistofelica. Avrebbe persino giovato asciugare i dialoghi di moine e bronci da post adolescenti decisamente fuori tempo massimo.

      Il disegnatore Luca Raimondo è dichiarato veneratore ed allievo di Bruno Brindisi , da cui ha assorbito buona parte del suo taglio stilistico; e rispetto agli ultimi lavori del suo maestro guadagna in precisione degli elementi secondari. Overdrive Studio copre la colorazione attenendosi attentamente a sfumature e rifrazioni della luce.
      "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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      • Numero Ventidue : L’Accalappiasogni.
        La firma del poliedrico Tito Faraci suggella un breve racconto fiabesco , dai toni surreali ed umoristici , non senza un gradiente evocativo/educativo di concerto ad una “morale della storia”.

        Dylan aiuta il figlioletto di un suo ex collega della Yard a ritrovare un cagnolino , il fedele amico immaginario (!) del piccolo, già provato dalla immatura dipartita della mamma. Trasportati in coppia dentro un mondo “magico” faranno la sgradevole conoscenza di un sinistro accalappiatore…

        Il disegnatore Davide Gianfelice , accreditato di resa “efficace ed evocativa” del segno, patteggia una riduzione del realismo per zizzagare sui ritratti linee di geometrica perentorietà espressiva.
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        • Numero Ventitre’ : La Nera.
          Testi_ Roberto Recchioni/ Disegni_ Stefano Raffaele.
          Storia sbilenca, bizzarra ed improbabile se non sottoposta ad interpretazioni metaforiche dal profilo impegnativo.

          Dopo la morte del papà, un ragazzo trova un ristoro psicologico nel mettere a punto ed usare una bicicletta sinistrata di colore nero, che era passata di proprietà perfino a Dylan, che ne aveva sperimentato l’ebbrezza dell’uso fino allo sperdimento in una “Terra Desolata”; ed ora aiuta il giovane a tornare indietro…

          Dunque (?) la necessità di crescere e non semplicemente invecchiare, ma preferibilmente con le proprie gambe e la testa sulle spalle , senza essere forsennati e farsi fagocitare da “mezzi” altri, che pure (ci) possono essere utili e ricreativi.

          Complici le varie fasi del racconto in flashback , si è optato per una colorazione abbastanza uniformante , sebbene i toni tengano di conto l’impatto delle fonti luminose. Senza infamia e senza lode i disegni, definiti “genuinamente classici” , “nitidi” e “puliti” ( ma la zona intorno agli occhi dei personaggi, imho, è piuttosto pesantemente sottolineata ; e nei paesaggi urbani prevale talvolta una sintesi di dettagli che lasciano immaginare più che visualizzare le cose…) da Luca Barbieri, curatore redazionale della collana.
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          • Testi_ Andrea Cavaletto / Disegni_ Luigi Piccatto- Giulia Missaglia- Renato Riccio- Matteo Santaniello.
            In un noto studio notarile vengono ratificate delle impegnative transazioni immobiliari. Ma ai nuovi proprietari dei siti iniziano ad accadere le più tragiche sciagure. Una delle vittime era amica di Dylan , che si butta ad indagare…

            Una storia quasi vecchio stile, allegorica sul filo di concretizzabili suggestioni fantastiche ma comunque saldamente piantata su motivazioni prosaiche . Non lontana dall’ispirazione di certo cinema di genere italiano anni ’70, in cui la componente splatter è rilevante appunto come nei primi tempi di “Dylan Dog” , e spettacolarizza un “messaggio” che vuol passare indenne da pedanteria ma orgoglioso di palesarsi anche in un fumetto popolare con la primaria missione dell’intrattenimento ; senza auto-censure nello scansare temi poco edificanti e controversi,quali la bramosia pecuniaria ed i sinistri tentativi autoritari di arginarla. Dalla sua la sceneggiatura ha una dotazione di battute ironiche che peraltro aiutano Dylan ad avere centralità d’apparizione anche nelle parti introduttive e statiche, prodromi che come detto ad esplosioni di efferatezza belluina. Ficcanti ed equamente divise le stilettate dialettiche portate alla categoria di nasticamente blindata dei notai, ma anche alla deriva patologica delle fissazioni Nerd . Sulla distanza però (imho) l’assunto ambiguo del soggetto , messo in chiaro fin dalle prime tavole, si stempera in dinamiche ormai senza sorprese , per andarsi a chiudere nella più stravista e prevedibile resa dei conti del (sotto) finale, lasciandosi lo spiraglio per una qualche forma di seguito, che non attenderò spasmodicamente.

            Luigi Piccatto fornisce la visualizzazione stilistica su cui converge il lavoro di altri tre colleghi, che non defalcano la immediatezza dinamica improntata tipicamente dall’artista bergamasco , con tratteggi e soprattutto spigolosità che rimandano all’apprezzabile Nicola Mari. Le sottolineature dell’inchiostrazione offrono il destro all’impressione dei frangenti di sangue; mentre la finitura non troppo “ruminata” dei particolari ( ma sembra di scorgere citazioni da “Batman”…) lascia al grezzo la definizione di “creature” mostruose, che però nel contesto del soggetto possono avere una vaghezza onirica dettata dalla “fervida” immaginazione dei _ Dylan e girl del mese a parte_ parenti / serpenti.

            Sulla fiducia ( non ho ancora visto il video) lascio il link della video recensione di DYD 352 espletata da Gianluca “RKC” Carboni su youtube:

            https://youtu.be/qsiA9Hqa30g
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            • DYD 353 Il Generale inquisitore
              A causa dei suoi gusti cinematografici, la sera di San Valentino, contemporaneamente Dylan viene piantato dalla morosa ma guadagna l’amicizia con un attempato attore di film horror; che lo appassiona alla biografia di un giovane talento della regia, morto prematuramente negli anni ’60 , dopo aver lasciato tre pellicole degne di culto. Seguendo per proprio diletto una ricostruzione degli ultimi burrascosi mesi della vita del regista _attraverso riscontri testimoniali ed evidenze d’archivio_ Dylan entra in contatto con una sinistra e plurisecolare tradizione di puritanesimo integralista che miete vittime a tutt’ oggi, avendo usato anche il cinema per provare a diffondere l’esecrazione delle sue fissazioni incivili.

              I testi di Fabrizio Accatino sono pregnanti in tutti gli aspetti, dalla scelta del soggetto al peso specifico dei dialoghi fino all’architettura del racconto sceneggiato , che contiene secchi cambi di ritmo ed una gestione funzionale della vicenda del cineasta (peraltro storicamente esistito…) valorizzata senza comprimere la specificità operativa dell’indagatore dell’incubo. L’impianto quasi sedentario di approccio al caso viene poi ampiamente compensato da rocamboleschi inseguimenti e marcate allusioni a sessioni di tortura , che si ritraggono solo all’ultimo, sfumando nella insistita ricerca di battute ad effetto , spesso ironiche e propriamente umoristiche. Si devono perdonare alcuni svarioni ambientali ( i cereali spigati a febbraio!) e la caratterizzazione fin troppo prevedibile di alcuni comprimari. Dylan fa’ il suo anche sul piano sentimentale, non discostandosi da comportamenti collaudati, e se una punta di misoginia può affiorare, non sgorga certo da lui.
              Composito il lavoro di Luca Casalanguida ai disegni. Gestisce i flashback imitando miniature medievaleggianti temporalmente un po’ fuori contesto e si aiuta con toni di grigio per riprendere le atmosfere anni ’60 ( nel tentativo di dare rilievo ideale a toni di colore che dovevano essere vivi e plasticosi) per poi approdare ai giorni nostri con una relativa riluttanza a particolareggiare gli elementi di sfondo e una inchiostrazione che (imho) trova a fatica la misura tra tratteggi sottili(ssimi) e i più sottolineati.




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              • http://www.sergiobonelli.it/resizer/-1/229/true/1451309580304.jpg--.jpg?1451309582000
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                • DYD 354 Miseria e crudeltà
                  Testi_Gigi Simeoni / Disegni_ Emiliano Tanzillo.
                  Le uccisioni di alcuni senzatetto, con modalità macchinose e dispendiose, scatenano una comprensibile psicosi nella comunità degli ultimi di Londra che _magari con problemi personali _ idealizzano un efferato serial killer che sembra apparire e scomparire nel nulla, dopo aver seminato il gusto razzista del dare la morte violenta. Conoscente di lunga data di alcuni clochard , Dylan accetta di mimetizzarsi con loro per indagare, con il sapido aiuto di Groucho e l’amichevole coordinamento Di Rania, per una volta non assillata da Carpenter, altrove affaccendato.
                  Ben presto Dylan si accorge che il killer sta pescando le vittime perlopiù che gravitano intorno ad una mensa dei poveri , organizzata dalla vedova e dal figlio di un defunto facoltoso imprenditore…

                  La storia purtroppo (imho) non offre grossi lampi d’ingegno o di sorpresa ( se non velando particolari o pseudo-coincidenze che affiorano strategicamente per direzionare l’investigazione…) , andando a prendere l’ispirazione dal soggetto di un noto film di Nolan e di uno meno di Scherfig. I dialoghi , se non si ingolfano per rendere plausibili i colpi di scena, consegnano un Groucho di nuovo macchiettistico ( ma con le “nuove” abilità nel districarsi con i mezzi digitali) , un Dylan old style politicamente corretto , molto perspicace e presente, e sentimentalmente invaghito della all’incirca collega, in un rapporto “quasi non platonico” che lo rimette in carreggiata dopo recenti trascorsi modernizzatori del personaggio, che lo hanno visto anche più compiaciuto sciupa femmine.

                  Disegni un po’ grezzi ( ed alcune vignette sembrano lavorate con elementi dal vero elaborati ed inseriti col pc; ma è solo una mia impressione…), graffiati con chine che impregnano le tavole gravosamente, alternando invece una difforme e talvolta debole e banale costruzione delle figure, che pure si concedono pose abbastanza ardite. Gli manca (imho) la capacità di un Celoni o dei Cestaro Bros. di governare ritratti che, anche nelle loro peculiarità estreme, devono comunque aver un canone invariato e standardizzato.
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                  • DYD 355 L’Uomo dei tuoi sogni
                    Riciclabile e virtualmente indistruttibile, un nuovo ( non nella concezione…) “mostro”dalle pretese esigenti ma leali entra nella rinnovata scuderia di “Dylan Dog”, ancora con i testi di Paola Barbato , la prima levatrice del processo di rinnovamento del personaggio ( che, in verità, ultimamente non sembra procedere con grossi strappi alla regola dylandoghiana), qui servizievole moroso di una tipa che sta perdendo sonno e senno dietro un incubo ricorrente , spaventevole ed ossessionante. Una inquietante figura maschile che nella sfera onirica viene condiviso (!) da diversi cittadini di Londra _ ma sconosciuti gli uni agli altri _ che arrivano a gesti talvolta inconsulti , o perlomeno tentano di non cedere al sonno/incubo ,torturando la propria salute. Una vecchia amica di Bloch, arida emotivamente ma ferrata (?) sul ventaglio dei disturbi della psiche offre il suo aiuto , anche logistico; mentre Dylan si dispone ad affrontare “l’uomo dei sogni” giocandosela nella trasferta della dimensione R.e.m.

                    La storia (imho) funziona abbastanza poco, dentro una costrizione di coincidenze che fanno allineare gli eventi intorno alla “provvidenziale Santona” pescata nel gineceo che allieta il quasi intimidito ma arzillo pensionato S. H. Bloch. Il flusso narrativo _pur liberando momenti di alleggerimento ironico e di violenza grafica sleazy_ sopporta la pesantezza del dover puntualizzare un intero “nuovo” contesto ed i relativi strumenti non ortodossi per affrontarlo, facendosi veicolo di incessanti spiegazioni e ripensamenti. Conoscendo i precedenti nemmeno infine sorprende(rà) la “natura” dell’antagonista e l’epilogo che all’incirca azzera la contesa in previsione di una nuova partita.
                    Quasi agorafobiche le tavole di Paolo Martinello , intento a conciare di tratteggi ed elementi riempitivi ogni vignetta , senza avere la mano di un Bonfatti alla disciplina del caos dei segni, bulimicamente infarciti di chiaroscuri. ?
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                    • DYD 356 La Macchina umana
                      Da Alessandro Bilotta, sceneggiatore che ha già “strapazzato” Dylan ripensandolo _ in un ciclo di storie dedicato_ invecchiato, mal vissuto e compartecipe di una apocalisse zombie…
                      Invece in questo episodio lo colloca, under statement da tre lustri, impiegato in una Controllata delle industrie Ghost ,a sfiancarsi nelle dinamiche e nelle logiche di un lavoro “post-fordista” nella perdita dei diritti e delle tutele, e ferocemente primitivo _ seppure vincolato da ferrei contratti legalmente ineccepibili_ nell’incardinare, stressare ed alienare il lavoratore nel virtualmente infinito compimento delle sue mansioni. Che lo raggiungono anche a casa, anche nei giorni di riposo comandato e fintamente allietato (?) dai gadget elettronici, in una escalation , fatalmente disumanizzata anche nel rapporto con i colleghi , tra Kafka e Fantozzi…

                      L’antecedente ed “onirica” impronta d’investigatore lo spinge ad insinuarsi , alla “Essere John Malkovic” , negli anfratti più surreali della mega-azienda, ricevendo però considerazioni pragmatiche , poco consolatorie e men che meno auto assolutorie. Ricordando infine ed a fatica da dove è principiata la sua (non) carriera impiegatizia , gli tocca spossessarsi delle cose _ che gli erano sempre più indifferenti_ e farsi un giro, per tonificarsi rinunciando però alla resistenza attiva e diretta.

                      Non che Dylan Dog fosse mai stato un contestatore radicale, ma anche questa vicenda concorre ad abradere dei residui di romanticismo idealista del personaggio, caricandolo d’altro canto di caratteristiche non sue (il consumismo, la retribuzione fissa…), e dunque non tradendo Sclavi, con una scrittura edotta ed una tesi di fondo virata su un pessimismo realista, evidenziando della ambiguità che non è detto siano sfuggite al nostrano terrorismo di matrice eversiva ( che non è l’approdo , s’intende, sponsorizzato dai testi). Disegni di Fabrizio De Tommaso , chiamato a somatizzare il disagio psico-fisico complesso e progressivo di Dylan , opposto alla imperturbabilità del capo ufficio, che appare più come un manichino plastificato. C’è puntualità espressiva ma imperfezione strutturale nel dare forme proporzionate alle figure, insieme a panneggi un po’ fastidiosamente squadrati ed aguzzi. Belli i brevi flashback.
                      ?
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                      • DYD 357 Vietato ai minori
                        Il sogno cinematografico ed erotico di Dylan si materializza al sette di Craven Road , la sempre affascinante attrice di tanti Horror Vanessa Wilson . Mai dimenticata , ma in una fase calante della carriera , irretisce il ben disposto indagatore dell’incubo , lasciandolo con il compito di ritrovarla a…Los Angeles! Vinto _in un qualche modo_ il terrore per gli aerei, Dylan Dog vola nella città degli angeli, e forte dei pochi indizi lasciati a Londra dalla diva inizia le sue ricerche investigative, venendo a contatto con una realtà riservata del tutto sconvolgente…
                        Ai testi Pasquale Ruju, che si era cimentato in un soggetto affine nel decimo numero della sua mini serie “Demian”; qui aggiunge elementi soprannaturali di non dirimente peso specifico (imho) ed alimenta un giallo tipicamente giocato sulla scomparsa del personaggio ( Vanessa) ricostruita attraverso le testimonianze di chi lo conosce(va?), scremando reticenze e malignità gratuite ed affidandosi ad un dettaglio rivelatore (peraltro non conoscibile dal lettore ). La “svolta” della vicenda, che mette in pericolo la stessa vita di DYD _tanto per cambiare_, è infine risolta percorrendo binari usuali, per dinamica , intuitività e spirito di servizio a brevetto della creatura di Sclavi.
                        Disegni di Davide Furnò e Paolo Armitano , “pastrugnati” di retini ,tamponature, tessiture e grigi sgranati , sovraccaricando figure sgrezzate da fastidiosi modelli geometrici. Salvabili alcuni primi piani alla Angelo Stano e le tavole con chine pesanti ,ma almeno nette.
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                        • DYD 358 Il Prezzo della carne
                          Testi_ Fabrizio Accatino / Disegni_ Roberto Rinaldi.
                          Il mare burrascoso che bagna il Kent restituisce un corpo femminile privo di testa. Una famiglia del posto, sbigottita, pensa di aver riconosciuto la salma di una figlia ( e sorella) strappata alla vita da un male incurabile…Ma due anni prima ! Dylan viene ingaggiato per risolvere il mistero.
                          Ambientato alle foci del Tamigi, la scrittura del soggetto piuttosto sembra guardare al cinema nostrano di genere , come “Zeder” e “Notte Italiana”. Nei testi circola comunque molta ironia , e i caratteri di supporto ( Bloch e Groucho) sono allocati con mestiere per non “interferire” nelle azioni indagative di Dylan, che deve perciò sfoggiare in aggiunta una discreta irruenza atletica; e pure una meno convenzionale fantasia erotica nel rapporto con l’amica conosciuta nell’ennesimo scontroso paesello di provincia dove si trova ad operare. Accatino opta per la messa in scena di fenomeni sbalorditivi alla stregua di dati di fatto a cui adeguarsi in una (scioccante) routine, rinunciando ( e facendolo notare ironicamente al lettore…) allo “spiegone” che dia una vaga plausibilità od una dinamica causa/effetto agli avvenimenti; da prende dunque con apodittica sorpresa. La valenza metaforica del titolo, di contro, forse non aveva neppure bisogno di essere propagandata da accenti horror splatter che d’altronde rimandano a certo cinema di paura con ambizioni di coscienza politica…
                          Dai pennelli di Rinaldi , in un bianco e nero evocativo e contrastato, un segno dalle linee forti e concluse, che ci danno un DYD anagraficamente più maturo, dentro un segno che richiama lo stile di un Giampiero Casertano.
                          Volendo andare oltre gli elementi narrativi presenti nell’albo ,e ricorrenti nella serie, non mancherebbero gli spunti analitici su come, ad esempio, gli autori hanno approcciato antropologicamente la lettura dei personaggi; magari per sapere se alcuni loro “pregiudizi” collimano con quelli dei realizzatori dell’episodio.
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                          • DYLAN DOG _ IL NERO DELLA PAURA ( RCS Mediagroup s.p.a)
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                            48pp., b/ n, 2,50€.
                            Testi_ Tiziano Sclavi ( Episodi: La “Cosa” e La Cantina ) e Paola Barbato ( Ep. Il Bianco e il nero) / Disegni _ Corrado Roi.
                            In venticinque uscite settimanali un’antologia di storie brevi di DYD, fedeli al bianco e nero d’origine;in formato 23x17.
                            Apre un inedito firmato da Paola Barbato, che presenta subito un enigmatico vignettone muto, si tiene pimpante negli scambi dialogati tra Grouco, Dylan e la sua spazientita amica per poi rovinare ed incartarsi ( imho) nella macchinazione soprannaturale specificamente dedicata all’indagatore dell’incubo. Finale affrettato , finanche troncato, che lascia perplessi ed interdetti , quanto il sostanzialmente passivo protagonista. Roi cala l’asso della sua visionarietà , oggi riversata esteticamente in “Ut”, ma la sua naturale e molto potente propensione al gotico forse non fa’ risaltare per contrasto l’anomalia progressivamente manifesta al solo DYD. Quasi più “frivolo” il segno di “La Cosa” , dal canovaccio prevedibile e cornice filosofico- esistenzialista presa letteralmente alla larga. Citazionista e sensibile ad un topos condiviso “La Cantina” ben sgranato nel montaggio delle vignette , con un Dylan ( sotto l’aspetto grafico Roi ancora si rifaceva a Claudio Villa…)che funzionalmente sbuca (da dove e perché lo si intuisce solo all’ultimissima vignetta!) al momento giusto, a sigillare una delle …Porte della percezione..
                            "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                            • DYD 359 Sul fondo
                              Testi_ Matteo Casali / Disegni_ Marco Nizzoli.
                              Il quasi giovane Holden Heckleston interpella i servigi di Dylan per il suo disturbo, clinicamente una “ipertimesia”, che lo porta a ricordare fino alla sopraffazione delle sue azioni correnti, ogni minuto particolare che gli è capitato in ogni singolo giorno degli ultimi quattro anni. Non bastasse… Inizia a carpire i ricordi di alcuni assassini nel momento in cui compiono gli omicidi, anche diversi anni prima. Sensazioni talmente nitide da fargli “vedere” le cose con gli occhi ed il cuore dei carnefici…Uno di questi dovrebbe essere Dylan (!) , che a sua volta comincia a rivivere dei brandelli del passato di Holden (!), accordati ad esperienze adolescenziali che in effetti aveva rimosso…

                              I labirinti della mente, in una storia che battezzando la premessa _formulata dallo stesso DYD_ della sincerità di fondo di Holden , per quanto largamente inspiegabile nelle sue facoltà soprannaturali, costringe l’indagatore a discolparsi dall’incubo di aver potuto sopprimere una ragazza e rifiutare l’evidenza fino a cancellarla dalla coscienza. Sebbene l’intreccio non affondi nelle sue complicazioni e restituisca infine una spiegazione bilanciata degli avvenimenti, l’episodio pare (imho) prendersi fin troppo tempo a comprovare la “affidabilità”di Holden , un comprimario assai ingombrante e sviscerato in quanto mai ampie note biografiche; in una dualità che un poco ricorda Kyle Barnes ed il Rev. Anderson di “Outcast”.
                              Validi i disegni nelle caratterizzazioni ambientali e ben riusciti nel dare volumetrica pregnanza ai personaggi , sebbene Groucho appaia un po’ “gommoso” ( ovvero non gli si intuisce la solidità scheletrica, specie del cranio…)e Holden abbia una compostezza di tratti somatici importatada un Bacilieri. L’uso del grassetto nel lettering è giustificato nei frangenti più concitati,ma meno interpretabile quando distribuito su dialoghi non affettati.?


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                              • DYD 360 Remington house
                                Testi_ Paola Barbato / Disegni_ Sergio Gerasi.

                                Quasi impietosito da una lavoratrice precaria, che svolge la discutibile mansione di guida accompagnatrice su luoghi dove si sono consumati efferati casi di cronaca nera, Dylan si lascia parzialmente coinvolgere come consulente per tracciare la vicenda di un ragazzo che sterminò la sua intera famiglia, nella loro casa _oggi meta di macabro turismo_, ai tempi in cui Dylan era ancora un fresco reclutato della Yard…
                                Giunto mal volentieri sul posto ,e constatata l’importuna presenza di visitatori l’indagatore dell’incubo sarebbe pronto a defilarsi, ma il capo della ragazza che sta aiutando comincia a sentirsi molto male…
                                Pienamente coinvolto e centrale sul piano dell’azione, tra surrealismi e copiose concessioni alla violenza, con sangue e frattaglie largamente esposte, il ruolo di Dylan entra con sveltezza perfino eccessiva nell’ordine delle” idee” e delle “regole” di un horror che sigilla l’unità di tempo e luogo della magione barocca infestata con le priorità insindacabili di un ente _si fa per dire_ che dispone una catena d’omicidi secondo cronologia preposta ( come nella saga cinematografica dei vari “Final Destination”)tassativamente. Un gran sbattimento dunque per DYD, che riempie con il ritmo ed il fragore dei soprannaturali avvenimenti la spiccata inverosimiglianza dell’implausibile soggetto , trasmettendo alfine un senso di non originale meccanicità nell’arrivare a spezzare il dolente maleficio insito nella House. Arrotata qualche sapida battuta anche in senso meta fumettistico la sceneggiatrice dà al protagonista un senso morale che non andrebbe perduto o frainteso, specie tra le leve dei lettori più giovani.
                                Tre i registri grafici imposti dalla storia : stilizzazioni deformate in puro e semplice bianco e nero, con effetto “fish eye”; mezzatinta nei flashback ed il tempo presente giostrato su sfumature a contrasto in vignette molto cariche di tratteggi, giostrando tagli e posizionamenti abbastanza estremi , compresi i ritratti di un Dog talvolta insolitamente nerboruto; peraltro _a lode del disegnatore_ senza troppo bisogno di scardinare la benemerita tradizione bonelliana delle cinque o sei vignette a tavola.
                                "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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