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  • L'Ultimo Spettacolo di Peter Bogdanovich (1971).

    Per opere d'arte di incommensurabile bellezza come L' Ultimo Spettacolo (1971), dovrebbe essere inventata la sesta stellina. Peter Bogdanovich da metà anni 50' bazzica come attore e critico nel mondo del cinema, ha già un paio di regie all'attivo e tre libri scritti su Ford, Lang e Welles quando dopo aver letto un libro che narrava di adolescenti in un piccolo paesino della provincia americana, capisce che può trarre da esso un film in piena sintonia con la sua poetica ed il suo cinema. Bogdanovich non si affida a volti noti tra gli attori, avvalendosi di metodi di casting piuttosto discutibili (Cybill Shepherd scelta dopo una sfogliata ad una rivista di moda), giovani volti che saranno futuri grandi attori (Jeff Bridges) e vecchi attori scelti per ciò che rappresentano cinematograficamente (Ben Johnson). Nonostante questo, il regista portatore di una poetica estremamente personale, darà vita al più grande comic of age di tutti i tempi, nonché ad un capolavoro immortale della settima arte.
    Il film è ambientato ad inizio degli anni 50' ad Anarene, paesino della provincia del Texas, dove il regista adotta un approccio corale nella narrazione scegliendo di focalizzarsi su tre adolescenti; Sonny (Timothy Bottoms), Duane (Jeff Bridges) e la ragazza di quest'ultimo; Jacy (Cybil Shepperd), amici da lungo tempo e di differenti estrazione sociale (proletari i ragazzi, alto borghese la ragazza), insofferenti verso una routine che non cambia mai ed insofferenti verso le apparenti costrizioni socio-morali.

    Peter Bogdanovich imbastisce il ritratto di un paesino di provincia americana, sferzato da un vento incessante, inquadrato in un bianco e nero di disperazione Tarriana, che trova la sua origine sicuramente in Furore di John Ford (1940). Il vento lungi dal rappresentare un cambiamento, è un simbolo di un elemento della natura, raffigurante il tempo che inesorabilmente cambia le cose riprendendo lo spazio occupato dall'uomo.

    Il cinema gestito da Sam il Leone (Ben Johnson), insieme ad un bar e una tavola calda, rappresentano gli unici luoghi di aggregazione sociale per i giovani ragazzi del paese; gli ultimi baluardi contro un vento ed un tempo che avanza sempre più minaccioso nel voler spazzare via un'epoca. Bogdanovich, a differenza di altri fallimentari prodotti retromani odierni che idolatrano i sopravvalutati anni 80' e sono piuttosto razzisti nel voler esaltare ottusamente il passato a scapito del presente, evita questa pericolosa trappola con un'interessante operazione concettuale. La nostalgia verso il passato, reivocata tramite i ricordi di personaggi adulti come Sam o Louis Farrow (Ellen Burstyn), cozza pesantemente con la mediocrità piccolo borghese del loro presente, fatto di una lotta impari contro lo scorrere del tempo da parte del primo e di piccoli tradimenti verso un marito assente e noioso per la seconda; in sostanza il passato è reso mitico dai ricordi, non certo dalla realtà dei fatti (essendo i nostri protagonisti dei 40enni-50enni, dubito abbiano vissuto una bella adolescenza essendo cresciuti durante la grande depressione), perché l'essere umano è mediocre ed in quanto tale, ha bisogno di creare un passato mitico per sfuggire ad un presente squallido e fallimentare.

    Il discorso di Bogdanovich è da estendersi anche al cinema di una volta, quando ad inizio film i nostri ragazzi assistono alla proiezione del film Il Padre della Sposa, una commedia romantica che come tante altre è portatrice di un messaggio di conformismo borghese dei suoi protagonisti trovano la loro felicità nell'istituto del matrimonio; la pellicola cozza pesantemente contro l'indole dei giovani che sono insofferenti a tale cappa di ipocrita moralismo ed i realtà sfruttano il buio della sala per appartarsi e cuccare con la propria partner... una cosa che la giovane protagonista del film di Minnelli non si sarebbe mai sognata di fare. In ciò sta la grandezza del regista; la sua ammirazione per il cinema classico è forte, ma la ripresa di esso, è sempre riletta in chiave fortemente critica.
    Finché c'è Sam a vigilare come una sorta di sceriffo Fordiano il piccolo paese (e Billy il classico scemo del villaggio), c'è una possibilità di far sopravvivere i vecchi valoro. L'uomo è un padre "spirituale" per Sonny e Duane, e al contempo una memoria storica della città; venuto meno lui, il paesino è destinato ad essere spazzato via dal corso del tempo in breve tempo; ed il cinema che è vita a 24 fotogrammi per secondo, è destinato a soccombere e chiudere dopo aver proiettato per l'ultima volta Il Fiume Rosso di Hawks (1948), diventando nel finale un edificio spettrale testimone di un'epoca oramai tramontata del tutto, poiché un nuovo orizzonte di prospettiva è del tutto precluso nel mondo reale rispetto alla finzione cinematografica

    I giovani sono in aperto contrasto con i genitori (Sonny non vive neanche con suo padre alcolizzato) e l'ipocrita morale dei padri che contestano apertamente, anche se le loro trasgressioni sono altrettanto triste. La provincia americana è un luogo triste e meschino, dove più o meno tutti vivono pigre relazioni sessuali inconcludenti. Il sesso da felicità e libertà contestataria è diventato un atto meccanico per uccidere la noia. Jacy vuole fare tanto la trasgressiva, ma alla fine ogni gesto contestatario e libertino risulta istituzionalizzato in un'ottica meccanicistica borghese; la festa nudista in piscina e la volontà di Jacy di perdere velocemente la verginità, è dettato da un bisogno di accettazione da parte della ragazza e quindi la volontà di omologarsi in un sistema tramite un atto "trasgressivo", finisce per svuotare esso di ogni significato. Senza alcun punto di riferimento, l'unica speranza per i giovani è rifugiarsi in relazione senza futuro come il legame caustico tra Sonny e la moglie del coach (Cloris Leachman) o abbandonare il paese per trasferirsi altrove.

    Il finale riprende circolarmente l'inquadratura iniziale in senso però inverso; se inizialmente c'era la lotta per una sopravvivenza sempre più faticosa, il finale con l'inquadratura sull'edificio del cinema mette la pietra tombale su un mondo oramai cessato del tutto di esistere. Il vento e lo scorrere del tempo hanno oramai trionfato su tutto e non ha lasciato altro dietro di sé che un pessimismo cosmico derivato dall'immagine finale, consegnado il frame finale all'immortalita' del cinema, con la consapevolezza che nulla sarà mai più come prima.

    Bogdanovich con i suoi longtake riempie l'inquadratura e gli spazi del paese, facenfoci assaporare ogni dettaglio del luogo. Con l'ausilio di pochissime inquadrature il regista caratterizza i molti personaggi del film più di mille ed inutili parole, grazie ad bianco e nero che ha pochi eguali, capace di ritrarre una realtà caustica e deprimenti, che Peter Bogdanovich sfrutta per raggiungere una sintesi espressiva immediata, come quando con un solo movimento di macchina subito mette in scena in modo chiaro un rapporto affettivo oramai inesistente tra Louis Farrow e suo marito, capo di una compagnia petrolifera. Il regista ci regala anche dei ritratti più freschi e meno cinici, come quando con sole 3-4 inquadrature riprende Sonny, Duane e Jacy (una Cybill Sheperd illegale per come la macchina da presa cattura la sua bellezza fresca) che scorrazzano in macchina e cantano l'inno della loro scuola a squarciagola, percorrendo una strada che in quel momento ha un significato di un orizzonte facilmente raggiungibile.

    Costato poco più di un milione, la pellicola ottenne un incasso di 29 milione e un grande successo di critica, tanto da venir subito salutato come un capolavoro. Il film ebbe otto nomination agli oscar tra cui miglior film, regia e virie candidaturale per gli attori e le attrici non protagoniste, con vittorie solo per Ben Johnson e Cloris Leachman; un peccato che la miope academy gli abbia preferito Il Braccio Violento della Legge di William Friedkin (1971), quando L' Ultimo Spettacolo si sarebbe meritato di giocare la vittoria contro Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Il film ebbe come merito di lanciare non solo una generazione di nuovi attori (Jeff Bridges, Ellen Burstyn e Cybill Sheperd; i primi due nominati agli oscar), ma anche un critico-regista un po' incerto sulla strada da intraprendere, e che grazie al consenso generale intorno a questo film, scelse la vocazione della regia regalandoci così numerosi bei film. L' Ultimo Spettacolo è un capolavoro negletto e forse non del tutto compreso nella sua potenza cinematografica qui in Italia da parte della critica (Mereghetti si ostina a dargli ancora 3.5 stelle); non è un film dalla fruizione facile, ma se si riesce a penetrare nel profondo, si aprirà un vasto mondo inesplorato.

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    • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
      Per opere d'arte di incommensurabile bellezza come L' Ultimo Spettacolo (1971), dovrebbe essere inventata la sesta stellina.
      mega-quotone!

      è uno dei miei 10 film preferiti in assoluto


      non a caso la Cybill è da sempre nella mia firma
      "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"

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      • Mi fa piacere che ti sia piaciuta la recensione.

        Mi sento svuotato dopo un'analisi del genere, ma non potevo parlarne dopo una sola visione 7-8 mesi fa', non gli avrei reso giustizia.

        Ovviamente viva Cybill Sheperd... e anche la sua madre cinematografica Ellen Burstyn.

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        • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
          Il Braccio Violento della Legge di William Friedkin (1971).

          Nessuna delle persone che lavorò a questa pellicola, sicuramente si aspettava nè il boom economico che ne seguì, nè sopratutto il successo in termini di premi che ne conseguì a cominciare da ben cinque oscar, che contribuirono a lanciare un'allora sconosciuto William Friedkin nell'olimpo dei giovani registi degli anni 70'.
          In effetti il Braccio violento della legge (1971) è una sorta di B-movie miracolato, girato con un basso budget che costrinse Friedkin a fare di necessità virtù, a cominciare da Gene Hackman che il regista non voleva (preferiva Paul Newman, ma era fuori budget il suo stipendio) e alcuni attori secondari nelle scelte di casting come Fernando Rey nei panni del trafficante di droga francese.
          C'è un non so che di sfrontato nell'approccio da parte del regista nel mettere in scena questo poliziesco; non sto parlando della labilità del confine tra buoni e cattivi (su cui tornerò dopo), ma sull'approccio alla regia disinibito e totalmente libero, dove Friedkin mostra sfrontatezza e freschezza.
          Avvalendosi della fotografia granulosa di Owen Roizman che conferisce un'aria cronachistica alla pellicola, Friedkin ritrae in modo impietoso e senza filtri una New York in rovina, dalle periferie abbandonate quanto degradate, con ampi sterrati, erbacce incolte e rottami in rovina; luogo ideale per il far prosperare il traffico di stupefacenti, contro cui (invano) lottano da anni due agenti della Narcotici; Doyle (Gene Hackman) e Russo (Roy Scheider), i quali oramai mostrano segni di logoramento e di insofferenza, tanto da sfogarsi in servizio contro coloro che arrestano o interrogano, anche a causa di numerosi fallimenti in precedenti operazioni che si sono rivelate un buco nell'acqua. Stavolta i due casualmente sembrano aver imbroccato una pista giusta, riguardante un grosso traffico di eroina gestito da un misterioso francese di nome Alain Charnier (Fernando Rey).

          Lo stile registico di Friedkin consiste in un'approccio estremamente rigoroso e realistico, infatti il regista gira il film in luoghi reali in modo da accentuare l'approccio cronachistico verso la narrazione del film. La regia di avvale di macchina a mano, capace di rendere alla perfezione lo spaesamento provocato dalla folla umana presente nella metropoli Newyorkese, con numerosi carrelli durante gli inseguimenti, che si combinano ad inquadrature con dei punti di vista poco canonici, con l'obiettivo della macchina da presa che si focalizza su dettagli come i piedi delle persone, oppure sugli edifici della città mentre fuori campo si sentono le voci dei nostri protagonisti che snocciolano le informazioni sulle loro indagini, il tutto è combinato con un montaggio nervoso, che rende bene l'idea della rabbia e della furia dei nostri personaggi, in primis un Gene Hackman che dopo un tentativo di omicidio ai suoi danni, si lancia ad un forsennato inseguimento del criminale, che è fuggito sulla metorpolitana sopraelevata di New York. La corsa è folle, caotica e distruttiva, l'agente Doyle non ha rispetto per nessuna regola pur di raggiungere il suo obiettivo.
          Abbondanti sono le inquadrature alle facciate dei locali della città, come se il regista ci volesse dire che nulla è come sembra, tanto da dover andare oltre la superficie apparente delle cose, dove dietro un bar o un caffè, si nasconde un'attività illecita (sembra quasi prefigurare Il Padrino in certe scelte); una palese critica al sogno americano, dove dietro la facciata della propaganda c'è una realtà miserevole fatta di insofferenza sociale, degrado socio-economico ed illegalità.

          Il confine tra bene e male è più sfumato del solito (con tanto di sguardo ironico della macchina da presa sugli agenti che sono costretti a mangiare un trancio di pizza al freddo, mentre i trafficanti di droga se la spassano in ristoranti di lusso), ma non come certa critica vorrebbe far intendere. Il personaggio di Hackman è brutale, amorale, violento e un pò razzista, ma la sceneggiatura e la regia non lo spingono mai alle estreme conseguenze. Il suo essere un pò fuori dalle regole deriva dalla frustrazione e dal fatto di voler raggiungere i suoi scopi, quindi anche il finale tanto elogiato più che la rottura totale del confine della legalità, ad un occhio attento ed esperto risulta essere un mero errore dettato dall'ansia di arrestare Alain.

          In effetti l'unico e grosso difetto della pellicola è la totale mancanza dell'analisi socio-politica, visto che alla fine Doyle di tanto in tanto esce fuori dalle regole, ma non mette mai in discussione l'autorità da cui dipende, nè la legge (che egli non contesta mai); così facendo Friedkin oltre l'ottimo film non riesce ad andare, venendo tra l'altro superato concettualmente qualche mese dopo dal film L'Ispettore Callaghan : Il Caso Skorpio è Tuo di Don Siegel (1971), dove il protagonista è molto più sfumato e sfaccettato a tutto tondo, nell'analisi dei suoi metodi brutali e della sua visione della società anarco-destroide, che si scaglia sia contro le minoranze (che disprezza) e sia contro l'autorità e la società borghese che pretende ordine e sicurezza, senza sapere che questo richiede un costo sul campo che và ben al di là delle garanzie date dalla legge.
          Tolto questo, ci troviamo innanzi ad un ottimo film, con un protagonista perfettamente in parte e che consacrerà Hackman come uno dei talenti attoriali degli anni 70' e Friedkin come nuovo regista di talento che innoverà il poliziesco e anche l'horror con il successivo Esorcista. La pellicola costata poco più di 2 milioni, incassò oltre 50 milioni, ottenendo ben 5 oscar, tra cui miglior film, regia sceneggiatura, montaggio e attore protagonista, nonostante parte della critica (tra cui Pauline Kael), che si scagliò contro il film accusandolo di fascismo e giustizialismo d'accatto; epiteti che sinceramente rigetto alla luce della visione del film, che mette in scena invece delle situazioni diffuse tra i corpi di polizia, immersi tra una legalità difficile da far rispettare (se arresti un criminale, ottieni un rimedio temporaneo, ma poi ce ne sarà un altro, perchè è la politica che deve risolvere certe situazioni che ne sono all'origine) e una frustrazione derivata dal fatto che nulla cambia. In merito agli oscar, sicuramente non sono immeritati, anche se la pellicola è palesemente inferiore a due pellicole presenti nella cinquina di quell'anno; Arancia Meccanica di Stanley Kubrick e L'Ultimo Spettacolo di Peter Bogdanovich, entrambi dei capolavori di portata epocale e di qualità incommensurabile che sono storia del cinema, ma una volta tanto non voglio fare polemiche visto che l'academy ha avuto coraggio per una volta di premiare un film smaccatamente di genere.
          ottima analisi. Credo che la bellezza ultraterrena di newman avrebbe stonato col personaggio e soprattutto col tono del film, che cerca con la camera a mano e con le inquadrature del lato piu sporco e sgraziato della grande mela di mostrare qanto piu realismo e durezza possibile.
          Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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          • Si in effetti in questo caso la produzione ha fatto bene a chiedere a Friedkin di virare su altre scelte Anche se Paul Newman per me è superiore a Gene Hackman come attore.

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            • Dovendo chiudere casa, ho messo un ciclo di film di Totò mentre stiravo, cucinavo, pulivo.

              Totò cerca pace: film che illustra in modo ineccepibile il concetto pirandelliano di umorismo. Vera summa di battute sulla morte e sui decessi. Film di terza età, con un cast in gamba e un Totò piu misurato del solito. Ottima occasione per vedere il Totò meno maschera fumettistica e piu eroe malinconico. Antesignano di certi momenti fantozziani (lo spezzone del viaggio di nozze).

              Totò sceicco: Gustosa parodia del genere, con gag a raffica e situazioni avventurose che si susseguono: imbarchi clandestini, duelli, evasioni, assalti, ritrovamenti archeologici...c'è un pò di tutto ma i vari ingredienti riescono incredibilmente ad amalgamarsi (cosa che non accade in altre opere del Principe, in cui l'elemento fumettistico appare quasi come un deus ex machina fuori luogo ..vedasi il frammento del Conte di Montecristo ne I Due Orfanelli). Colonna sonora funzionale che esalta la comicità fisica.

              Sua eccellenza si fermò a mangiare: Misurata commedia degli equivoci di ambientazione fascista, il cui scopo è tuttavia mettere alla berlina la morale democristiana anni 60.

              L'imperatore di Capri: Luoghi esotici filmati nel dettaglio, turismo di lusso evocato tramite alberghi e sprechi, turpiloquio, personaggi omosessuali messi alla berlina, lavoratori trattati a pesci in faccia, stereotipi, scenografie cartoonesche, scambi di persona, personaggi mossi dal desiderio di avventure lussuriose.....Comencini firma a sorpresa un antenato del cinepanettone! Certo, la classe innata di Totò e della sua spalla Castellani nobilitano il tutto, le gag oggi sono ancora gustose e le volgarità sono all'acqua di rose, tuttavia è comprensibile pensare che un critico degli anni 50 sia sbiancato nel sentire Totò recitare questo scambio di battute:
              - "Le presento Elena di Troia..."
              -"Troia.......questo nome non mi è nuovo..."
              Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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              • Friedkin ci sa fare decisamente con i polizieschi, ne ha fatti 3 di gran livello, di cui uno è un capolavoro memorabile (To Live and Die in L.A.), a parer mio è IL poliziesco degli anni '80 e uno dei più belli di ogni tempo. The French Connection è una grande pellicola adrenalinica, è il padre dei polizieschi d'azione "sporchi e cattivi" che ebbero tanto successo negli anni '70. Insieme al Dirty Harry di Siegel ed al Death Wish di Winner ispirò totalmente (in molti casi ai limiti del plagio) il famigerato "poliziottesco" italiano, che prese il posto del defunto "spaghetti western" nel cuore del pubblico. E' tra le opere più famose dell'autore in cui la scelta delle ambientazioni di strada "autentiche", i forsennati inseguimenti e i personaggi "ruvidi" hanno fatto scuola per il genere. E' un film profondamente figlio della sua epoca, della quale è, oggi, degno rappresentante e la fenomenologia che suscitò va ovviamente ricercata nella società occidentale degli anni '70, vessata dalla crescente escalation del crimine e del terrorismo ed in cui la sfiducia nelle istituzioni da parte del cittadino medio (che si sentiva indifeso) era un dato di fatto. Non a caso la critica di sinistra italiana era solita bollare tutti questi film come reazionari e socialmente pericolosi perchè a dir loro fomentavano un desiderio di giustizia privata e sommaria. Nel caso dei poliziotteschi non c'è alcun dubbio che si facesse leva su questo diffuso sentire popolare per fare cassa al botteghino, operazione perfettamente riuscita!
                "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"

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                • Vivere e Morire a los Angeles l'ho visto un mesetto fà e non so se ne ho parlato. Capolavoro si; anche perchè si aliena da qualsiasi poliziesco anni 80' e rompe totalmente il confine bene e male.

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                  • e per me contiene anche la più bella sequenza di inseguimento automobilistico che io abbia visto in un film americano, anche in quello ha fatto scuola
                    "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"

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                    • Con loro che scappano imboccano controsenso l'autostrada... senza contare macchine da tutte le parti che vogliono acciuffarli.

                      Bellissima la colonna sonora e estremamente immersiva la sequenza della stampa dei soldi falsi.

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                      • 44h.png
                        Frame preso dal dvd di "L'Ultimo spettacolo".
                        L'informazione visiva data dalla regia è che nessun adulto assiste la bambina , un momento prima "rapita dal Predicatore"...

                        Al lordo di una battuta precedente e "letterale" (sic!) sull'andare a "vacche"( pronunciata dai giovani del paese), si sarebbe tentati di pensare che i villici texani, secondo il regista, hanno un approccio "moderno", ovvero "possibilista" nei confronti della pedofilia. Oppure è l'ambigua conferma che gli zotici di provincia non sanno dare un peso culturale adeguato alla condotta sessuale illecita? Comunque, par di capire, me li mettete una spanna sopra ai caprai campani del film di Martone, che per smutandarsi c'hanno bisogno di un imput esterno. D'altronde son troppo bifolchi per rifugiarsi nella lettura di riviste illustrate e men che meno per farsi problemi sovrastrutturali con l'organizzazione di matrimoni consumistici e "borghesi".
                        "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                        • Unbreakable di M.N Shyamalan

                          Non gli davo due lire ma mi sono ricreduto, è un ottimo film e lo si capisce già dalla folgorante prima scena, in cui Shyamalan mostra padronanza del mezzo giradola tutta in un unico cut e limitando i movimenti di macchina, ben gestendo i piani dell'inquadratura. Narra la storia di orgini di un "supereroe" che non sa di essere tale (c'é da dire che di "super" c'è solo come riesca a individuare i malvagi, tutto il resto è spiegabile) ed è piacevole vedere come a differenza dei film attuali dalla narrazione compressa e bulimica Unbreakable invece dilati molto quello che sarebbe solo il primo atto di un cinecomic, riuscendo a tenere alto l'interesse grazie all'attenzione al lato umano della storia.
                          E' molto bello iil messaggio che il film vuole comunicare: le persone sono piene di potenzialità inespresse, e le esperienze anche dolorose ci rendono più forti e unic; messaggio che sarà poi ripreso nel gemello Spli (è cresciuta molto la mia curiosità verso Glass).
                          Il finale non ha una chiusura logica perfetta, comunque Shyamalan centra il lato emotivo e questo fa passare in secondo piano tutto per me; anzi l'ultima frase del "villain" è bella per come descrive sia se stesso sia Bruce, che trovando il proprio posto è uscito dalla depressione e ha ricucito i legami con la moglie.
                          James Newton Howard fa un lavorone alla colonna sonora, in particolare il main theme imposta il mood perfettamente. Bruce Willis fa Bruce al meglio di sè e fa piacere vedere Samuel Jackson in un ruolo diverso dal solito.
                          Dispiace solo per certi dialoghi banali, su tutti "è come la tua kryptonite", il messaggio era passato (o faccio troppo intelligente lo spettatore medio ? ).


                          E' uscito nel 2000 ma uscisse ora in cui i cinecomic sono un genere di film la cui esistenza è ovvia e benedetta dagli incassi chissà quanto avrebbe incassato; i critici poi, griderebbero al miracolo di fronte ad Unbreakable vedendoci chissà cosa .


                          E con questo auguro Buon Anno al forum .
                          Ultima modifica di Cooper96; 28 dicembre 18, 13:59.
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                          • La bambina non l'aveva presa la madre dalla macchina?

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                            • Sì, ma in questa inquadratura è addirittura la bimba che deve inseguire gli adulti e viene notata da un uomo di quinta sulla sx, solo perché appunto stava più indietro degli altri ...Hai più volte sottolineato l'economia e la precisione delle inquadrature e dunque distanza e posizione degli attori non sarà stata casuale. Ed anche le battute nelle scene successive , secondo me, lasciano intuire che il "Predicatore" è inviso specialmente in quanto giovane bigotto piuttosto che sospetto pedofilo. D'altronde se si trattasse "solo" di non deflettere dal tabù della pedofilia non mi pare che ci sarebbe bisogno di sminuire qualcuno, anche oggigiorno, dandogli del "moralista di provincia" .
                              "...perché senza amore non possiamo che essere stranieri in paradiso"

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                              • 1 - Pirates of the Caribbean - The Curse of The Black Pearl di Gore Verbinsky (2003)

                                ​​​​​​Dopo ben quasi 16 anni riesco a vedere il primo film della saga. É stata una bella sorpresa, sicuramente un tipo di film che negli ultimi anni scarseggia al cinema; é da molto che non vedo un film che inventa una mitologia tutta nuova e personaggi interessanti da zero. Fortunatamente é anche invecchiato piuttosto bene, ha ottimi momenti e bilancia bene avventura, horror e humor. Promosso, menzione d'onore per la buona colonna sonora.

                                2 - Pirates of The Caribbean - Dead Man's Chest di Gore Verbinsky (2006)

                                Ovviamente proseguo la trilogia originale, questo secondo capitolo in certi punti sembra soffrire l'essere il film centrale della trilogia rallentando di più rispetto al primo ma espande notevolmente la mitologia. Verbinsky poi regala una sequenza (il combattimento sulla ruota) assolutamente niente male. Bello il colpo di scena finale, averlo visto al cinema deve essere stato un bel colpo.
                                ​​​​​​Fin'ora un ottima saga.

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