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  • Big Fish di Tim Burton (2003).

    Mi ricordo che quando frequentavo le elementari, come sport praticavo il nuoto e verso la fine di Maggio, prima della pausa estiva, la scuola nuoto era solita fare una manifestazione finale dove a gruppi di 8, ci si sfidava in gare di velocità con uno stile scelto a caso. Capitò lo stile libero e nella batteria con me, c'era contro anche un mio amico di scuola, quindi la competizione era estremamente alta. Il sottoscritto vinse la gara ed il mio amico arrivò secondo, fino a qui nulla di eclatante, se non per il fatto che quando andavamo a scuola la suddetta gara tramite i nostri racconti era finita per assumere connotati irreali, perchè ogni volta che lo raccontavamo, ci aggiungevamo un particolare nuovo per stupire i compagni di classe e alla fine quell'episodio irrilevante e anonimo della mia vita è diventato un qualcosa di leggendario, da cui oramai non saprei scindere più realtà e finzione (complice anche i molti anni trascorsi).
    Secondo la voce narrante che ci accompagna lungo le due ore di Big Fish - Le Storie di una Vita incredibile di Tim Burton (2003), una persona a furia di raccontare storie, finisce per diventare essa stessa quelle storie. Edward Bloom anziano (Albert Finney), di storie ne racconta a bizzeffe da una vita, l'ascoltatore non lo prende molto sul serio, ma comunque resta affascinato dall'incredibile fantasia infuse nei suoi racconti che mista alla sua incredibile arte oratoria. Il figlio dell'uomo, Will Bloom (Billy Crudup), se da piccolo era felice di tali storie, mano mano che è cresciuto ha cominciato a mostrare sempre più insofferenza verso il padre e le sue storie, sino a rompere con lui la sera del suo matrimonio poichè è rimasto deluso dalla natura fittizia di esse e dalla poca serietà di suo padre.
    La malattia del padre qualche anno dopo, spingerà il figlio e ritornare dai suoi genitori e cercare di capire cosa sia veramente Edward Bloom dietro quella miriade di storie.

    Dopo l'orribile remake del Pianeta delle Scimmie (1999), nonostante il successo al botteghino del film, la fama critica di Tim Burton era molto appannata dopo un decennio dove era riuscito comunque a conquistarsi una schiera di ammiratori. La morte del padre e della madre nel giro di due anni, spingerà il regista ad interessarsi ad un progetto dove un figlio in contrasto con il padre, cercherà di intraprendere un percorso di scoperta personale sulla natura del genitore.
    Big Fish quindi nasce da un'esigenza personale del regista, il quale partendo lui stesso da un rapporto quasi inesistente con i suoi genitori, imbastisce un racconto dove mito e realtà sono talmente intersecati l'uno nell'altro, che alla fine è impossibile risalire ad una verità oggettiva.
    Il passato di Edward Bloom è frutto delle sue parole, quindi sappiamo di certo che l'uomo ha ricamato sopra molti elementi (l'effetto ovattato delle sequenze ambientate del passato, conferiscono un'atmosfera da lavori in corso al flusso dei suoi ricordi, come se Edward in quel momento tramite le sua fantasia stesse costruendo la storia più importante, cioè la sua vita), che hanno fatto si che molte sue azioni passate, siano diventante un qualcosa di mitologico; un mito che ha contribuito a formare il personaggio di Edward Bloom, che per tutta la vita non ha fatto altro che essere sé stesso, come seccamente afferma a suo figlio che seduto sulla sedia accanto al suo letto, gli implora di dirgli chi è veramente.

    La vita dell'essere umano è per lo più anonima e scarna nei suoi avvenimenti e sia nel modo in cui viene affrontata; un'esistenza piatta e borghese non si addice ad una personalità come Tim Burton, né è consona ai suoi personaggi, che si sono sempre sentiti differenti rispetto al conformismo della società che li circondava. La diversità per il regista non è mai stata etnica o razziale, ma di pura e semplice sensibilità; i personaggi di Tim Burton soffrono e vengono mal visti dalla maggioranza conformista, poichè non sono inclinabili in schemi fissi o precostituiti.
    Il regista ha sempre rispettato ed ammirato i suoi freak, proprio perchè portatori di istanze e sensibilità fuori dal comune ed Edward Bloom di sicuro è il freak Burtoniano più vicino allo spettatore, perchè alla fine tutti noi come quest'anziano padre, abbiamo vissuto qualche situazione assurda durante la nostra vita, ma quando la raccontiamo a distanza di tempo, tendiamo a trasfigurarne la realtà facendola diventare un qualcosa di assurdo, per dare comunque un senso alla nostra esistenza di esseri umani, non si deve ridurre per il regista ad un mero sopravvivere alla massificazione della società odierna, poichè la fantasia è ciò che ci tiene vivi consentendoci di andare avanti. Il nostro cervello mente consapevolmente a sé stesso, per farci sentire meglio in sostanza.
    Tim Burton riesce ad evitare ogni trappola ricattatoria ed ogni espediente banale da lacrima movie, grazie alla sua padronanza del mezzo filmico, scegliendo di abbandonare qualche schema vecchio, per adottarne di nuovi più originali, per mettere in scena una morte che pur essendo un avvenimento triste, nello spirito non lo è poichè diventa per assurdo un vero e proprio inno alla vita, che dona speranza a chi resta in vita, aiutandolo ad avere nuovi impulsi e nuova linfa nell'affrontare la realtà.

    Il merito di Tim Burton è anche aver scelto Albert Finney nel ruolo del padre anziano; un attore i cui personaggi simbolo sono l'operaio Arthur Seaton ed il picaresco Tom Jones; due personaggi agli antipodi per visione della vita e dell'esistenza, che si fondono in Big Fish per dare vita ad una sintesi; Edward Bloom che racconta storie della sua vita, come se fossero delle avventure formidabili, anche per nascondere certi conflitti interiori irrisolti sino all'ultimo. L'attore britannico c'ha lasciato pochi mesi fà, quindi il finale visto ora assume connotati ancora più commoventi nella sua potenza visiva, eppure in fondo al cuore spero davvero che Albert Finney abbia lasciato la vita con una morte del genere, che solo il Tim Burton dei tempi migliori poteva mettere in scena in questo modo.
    C'è da dire che Albert Finney e la controparte chiamata ad impersonarlo da giovane, Ewan McGregor (nel ruolo di Edward giovane) hanno una notevole somiglianza (confrontate McGregor con Finney giovane in Tom Jones o Due per la Strada; sono molto simili tra loro), cosa che contribuisce alla riuscita del film.
    Big Fish è un film che parla della vita in un modo del tutto personale ed originale, forse il finale ha qualche richiamo di troppo ad 8 1/2 di Fellini, che ne attenua l'unicità ma non la potenza del suo significato ed il circo come luogo della diversità è abusato come iconografia, ma tolto questo credo che il film sia inattaccabile ed un piccolo capolavoro.
    Purtroppo negli USA non ha incassato benissimo e la critica americana non s'è sprecata troppo nelle lodi, nonostante la palese qualità del film che meritava di sicuro delle nomination agli Academy Award. Purtroppo anche questa volta Albert Finney non è riuscito a conquistare l'oscar come miglior attore non protagonista; anche perchè Finney è sempre stato antipatico all'establishment dell'Academy sin dagli anni 60' e l'attore inglese naturalmente ha sempre ricambiato tale sentimento verso tale istituzione. Resta il fatto che a prescindere dai premi ricevuti o meno, Big Fish a distanza di oramai 16 anni non solo è un piccolo capolavoro, ma anche l'ultimo grande film di Tim Burton prima che il suddetto artista entrasse in un periodo di decadenza artistica (tutt'ora perdurante).
    Ultima modifica di Sensei; 12 maggio 19, 18:53.

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    • Una Vita Violenta (1962)
      Ennesimo "Accattone" interpretato da Citti su testi di Pasolini. Un film che merita la visione per 2 motivi: 1) la descrizione di un mondo romano fatto di baracche, di prati simil film-western in cui spuntano orrendi palazzoni popolari, di paesasggi nebbiosi stile Hammer in cui vagabondi e prostitute stagliano lunghe ombre contro ponti e pareti millenarie in pietra; 2) la dimostrazione di come il mondo contemporaneo non sia diverso da quello antico, mostrandoci una figura di ragazzo popolare attratto prima dal fascismo, poi dalla democrazia cristiana, poi dal comunismo...sempre alla ricerca di una figura carismatica in cui riconoscersi e da emulare; 3) Un racconto interessante di come un giovane, lasciato allo sbando, passa dal romanticismo piu smaccato (la serenata romantica) alle peggiori efferratezze (davvero pesanti da vedere le immagini dello stupro iniziale, per quanto non si veda nulla di cruento).
      Non graffia come nelle opere di Pasolini o di Citti regista, ma vale la visione. Breve ma ficcante contributo di Enrico Maria Salerno, e molte le scene azzeccate.
      Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
      Spoiler! Mostra

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      • Nome di donna (M.T.Giordana, 2018)
        Tutti i difetti di Romanzo di una strage qui sono amplificati all'inverosismile.
        Manca tensione, manca veracità nel narrato, credibilità nelle interpretazioni e fluidità nella sceneggiatura.
        Se non altro c'è la solita enorme Adriana Asti che regala un senso alla visione.
        Meno che mediocre.

        Moschettieri del re - La penultima missione (G.Veronesi, 2018)
        Veramente ma veramente imbarazzante sotto tutti i punti di vista, peggio anche di buona parte dei vituperati cinepanettoni.
        Ma poi chi diavolo lo ha montato??
        L'unica cosa vagamente simpatica è il D'Artagnan di Favino... ma alla lunga stanca pure lui.
        Da evitare come la peste.

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        • Oh a me Pet Sematary è piaciuto. Voglio dire, merita sicuramente la sufficienza a dispetto del 90% dei remake horror, onestamente l’ho trovato ben girato e con un buon ritmo. Clarke e Lithgow sono una sicurezza, i bambini restano pochi (dal trailer mi pareva avessero inserito una banda di ragazzini in maschera intenti a trucidare gli adulti, felice di essermi sbagliato). Finale da un certo punto di vista romeriano, non so fino a che punto voluto.

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          • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
            Oh a me Pet Sematary è piaciuto. Voglio dire, merita sicuramente la sufficienza a dispetto del 90% dei remake horror, onestamente l’ho trovato ben girato e con un buon ritmo. Clarke e Lithgow sono una sicurezza, i bambini restano pochi (dal trailer mi pareva avessero inserito una banda di ragazzini in maschera intenti a trucidare gli adulti, felice di essermi sbagliato). Finale da un certo punto di vista romeriano, non so fino a che punto voluto.
            Come "stile" di horror a cosa lo paragoneresti? Qual è il film che gli assomiglia a livello estetico e come costruzione narrativa?

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            • Originariamente inviato da Gryzor Visualizza il messaggio

              Come "stile" di horror a cosa lo paragoneresti? Qual è il film che gli assomiglia a livello estetico e come costruzione narrativa?
              Forse Sinister, in parte Oculus... pur essendo molto diverso nei contenuti ha sicuramente quell’ambizione a tratti ben riposta e una messinscena che quantomeno lo avvicina alle pellicole più riuscite degli ultimi anni, sebbene già mi pare di avvertire con fastidio alcune semplificazioni della sceneggiatura che potevano essere gestite meglio. Ma che non sia un capolavoro l’avevo specificato, almeno però si tiene alla larga sia da obbrobri conclamati tipo Poltergeist 2.0 che da roba piatta e insignificante come l’ultimo Halloween.

              Comunque se volete vedere roba davvero grossa sparatevi la settima puntata di Into the dark, garantisco personalmente.

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              • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio
                Oh a me Pet Sematary è piaciuto. Voglio dire, merita sicuramente la sufficienza a dispetto del 90% dei remake horror, onestamente l’ho trovato ben girato e con un buon ritmo. Clarke e Lithgow sono una sicurezza, i bambini restano pochi (dal trailer mi pareva avessero inserito una banda di ragazzini in maschera intenti a trucidare gli adulti, felice di essermi sbagliato). Finale da un certo punto di vista romeriano, non so fino a che punto voluto.
                Visto ieri sera ed è piaciuto anche a me anche se il finale mi ha deluso un po.

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                • Originariamente inviato da Massi Visualizza il messaggio

                  Forse Sinister, in parte Oculus... pur essendo molto diverso nei contenuti ha sicuramente quell’ambizione a tratti ben riposta e una messinscena che quantomeno lo avvicina alle pellicole più riuscite degli ultimi anni, sebbene già mi pare di avvertire con fastidio alcune semplificazioni della sceneggiatura che potevano essere gestite meglio. Ma che non sia un capolavoro l’avevo specificato, almeno però si tiene alla larga sia da obbrobri conclamati tipo Poltergeist 2.0 che da roba piatta e insignificante come l’ultimo Halloween.

                  Comunque se volete vedere roba davvero grossa sparatevi la settima puntata di Into the dark, garantisco personalmente.
                  Beh... Sinister è proprio buono, Oculus mi è piaciuto meno (anche se la serie TV dello stesso autore mi è piaciuta un casino...), di Poltergeist, che comunque ho visto, non mi ricordo un solo secondo,quindi qualcosa vorrà dire, e Halloween allo stesso modo l'ho trovato davvero molto piatto, moscio, inutile. Comunque ok, questi tuoi commenti mi tranquillizzano...me lo sparerò senz'altro.

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                  • Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckimpah (1969).

                    Sam Peckinpah è un regista a me molto caro, il suo cinema visto nel tardo liceo, non solo mi ha avvicinato alla settima arte, ma ha contribuito anche a formare nel sottoscritto una coscienza politica, grazie alla suo spirito anarcoide-antisistema, il non scendere mai a compromessi con la produzione e una visione dei personaggi lontana da qualsiasi concezione manichea. Il Mucchio Selvaggio (1969) è la morte del western dal punto di vista dei valori; non è un caso che la pellicola è ambientata nel 1913 (un anno prima della Prima Guerra Mondiale), quando oramai la corsa verso l'ovest s'è conclusa ed i giorni in cui si poteva scorazzare liberamente per le vaste distese sono oramai tramontati del tutto. Non c'è poesia o lirismo nel cavalcare per questi luoghi infernali, nè le sparatorie sono viste come un atto eroico o d'onore; il vecchio West per Sam Peckinpah (autore anche della sceneggiatura) è uno stato di natura dove vige una continua guerra di tutto contro tutti, con i vari "mucchi selvaggi" che s'affrontano all'impazzata lasciando dietro di sè una mattanza di morti, sangue e pallottole.

                    Il film è in primis una densa meditazione sulla violenza; un'entità che risulta essere da sempre un tutt'uno con la storia degli Stati Uniti (i quali si fondano sul sangue degli Indiani e dei Messicani), ma in realtà secondo Peckinpah essa è parte integrante della natura umana.

                    Solitamente nei film western l'atto violento è un qualcosa praticato dai banditi a cui l'eroe pone rimedio; nel Mucchio Selvaggio invece la violenza è praticata da tutti, senza distinzione di ruoli tra banditi o cacciatori di taglie (quest'ultimi più dannosi dei primi a dire il vero), ma anche senza alcun confine tra adulti e bambini; la pellicola inizia con l'arrivo dei fuorilegge capitanati da Pike Bishop (William Holden), nella stasi prima della carneficina, assistiamo a dei bambini che spingono degli scorpioni in un nido di formiche, divertendosi della sofferenza che quest'ultime infliggono ai primi uccidendoli ed infine non paghi di ciò, prendono della paglia secca e danno fuoco al nido di formiche con tutti gli scorpioni; in sostanza l'uomo sin dall'infnazia è un essere portato per la violenza e progettato per godere della sofferenza di chi è più debole di lui.

                    Anche dal punto di vista della messa in scena è interessante come il regista rappresenti gli scontri a fuoco; nessun duello, nessun onore; ma solo delle confuse sparatorie praticate senza alcun ritegno per i civili che vi capitano per mezzo; proprio come un conflitto malavitoso dove i mafiosi si sparano tra loro ma nel mezzo capita che degli innocenti si beccano delle pallottole (vedere l'attualità).
                    Graficamente la violenza di Sam Peckinpah è devastante nella sua brutalità, non basta di certo un colpo per uccidere un essere umano; anzi, prima che quest'ultimo tiri le cuoia deve soffrire le pene dell'inferno per il dolore e sopratutto dovrà essere letteralmente fatto a brandelli dai proiettili che colpo dopo colpo, ne maciulleranno il corpo riducendolo a brandelli.

                    Niente più forellini rossi di stampo Hollywodiano; un proiettile quando colpisce un essere umano, lo penetra da parte a parte con un forti schizzi di sangue, lacerandone gli organi interni. Non c'è estetizzazione o compiacimento da parte del regista nell'uso della violenza, tra l'altro ripresa in modo innovativo grazie ad un montaggio frammentato (abbiamo oltre 3600 inquadrature), con brevissimi tagli (battendo il primato di due anni prima di Due per la Strada di Donen) di durata sotto al secondo (in pratica è come se il cervello recepisse un messaggio subliminale), atti a far percepire un forte nervosismo frenetico nell'atto violento, per poi controbilanciare con un uso accorto dello slow motion che accentua il lato contemplativo ed il processo catartico dello spettatore nei confronti della mrote e della sofferenza del personaggio quando viene colpito (purtroppo oggi tale tecnica è abusata all'inverosimile e non sempre con finalità stilistiche nobili).

                    Nel film abbiamo lo scontro tra vari mucchi selvaggi, quello capitanato da Pike contro quello comandato da Deke Thorton (Robert Ryan), ex membro della banda di Pike, catturato per permettere a quest'ultimo a sfuggire all'arresto e ora per non finire in prigione, controvoglia si ritrova al servizio della ferrovia, la quale pur di continuare con il capitalismo sfrenato messi in pericolo dai furti della banda di Pike, non ha esisitato nel far uso della feccia peggiore del west pur di togliere di mezzo defintivamente il problema, a costo anche di far morire decine di innocenti.

                    Un altro mucchio selvaggio è quello comandato dal messicano Mapache (Emilio Fernandez), il quale ha un esercito scalmanato di controrivoluzionari contro Pancho Villa e agisce con i suggerimenti di un consigliere militare tedesco di nome Mohr (la Germania aveva consiglieri militari sparis un pò in tutto il mondo all'epoca), il quale in cambio di 10.000 dollari propone a Pike e la sua banda di rapinare un treno americano carico di armi.

                    Brutalità, rozzezza e degrado sono le caratterissiche che permeano questa massa caotica umana senza punti di riferimento morali e sociali; per assurdo gli unici ad avere un codice d'onore è la banda di Pike; secondo il quale "quando ci si mette insieme si resta sempre uniti e se non ci si riesce, vuol dire che si è peggio di un animale".

                    Pike non ha seguito proprio alla lettera tale massima di pensiero e forse per questo motivo è un anti-eroe tormentato dai forti sensi di colpa tanto dal cercare una morte che possa contribuire a lavarne le colpe (William Holden è abilissimo nel ritrarre le sfumature di grigio di personaggi del genere). Pike e la sua banda hanno commesso ogni tipo di infrazione alla legge, però non sono peggio di tutti gli altri personaggi, visto che nella loro bassezza comunque hanno un codice d'onore fondato su una sorta di "catena sociale" di stampo Leopardiano, che gli consente di affrontare le avversità della vita, trovando nell'immolazione finale nell'epica e violentissima sparatoria, per riottenere indietro Angelo (Jaime Sanchez), un componente messicano della loro banda; non avendo alcun tirmore di essere fatti a pezzi o maciullati dalla marea di proiettili del raggruppamento di soldati capitanati dall'ignobile Mapache.

                    La pellicola all'epoca ebbe una ricezione contrastata seppur critici come Canby la difesero a spada tratta dalle polemiche di fascismo (no comment), razzismo (Peckinpah vede di buon occhio i messicani pro Pancho Villa, detesta i controrivoluzionari; l'avversione del regista è politica e non razziale) e misogenia (le donne in effetti non hanno grande importanza e molte sono viste come prostitute), e gli incassi non furono esaltanti. Molte critiche al film riguardavano la violenza, tanto che la produzione impose al regista dei tagli al film per circa 7 minuti, fortnatamente reintegrati nel 1997. Al giorno d'oggi Il Mucchio Selvaggio è un capolavoro assoluto della storia del cinema ed assolutamente innovativo per stile e grammatica filmica.

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                    • Gran Torino di Clint Eastwood (2008).

                      Con il monumentale Gran Torino (2008), Clint Eastwood gira la summa di tutto il suo cinema e l'essenza del suo pensiero artistico ed ideologico politico, con un racconto che indaga in profondità su cos'è l'america al giorno d'oggi e tramite il suo personaggio di Walt Kowalski, il quale è un ex-reduce della guerra di Corea di origine polacca, quindi sin da subito il tema dell'integrazione diventa elemento cardine del film. Il vecchio Kowalski vive in un quartiere alla periferia di Detroit, il quale oramai è preda della criminalità di varie bande asiatiche e l'anziano protagonista si può dire che sia l'ultimo degli americani (con tando di bandiera), che resiste in mezzo ad un simile degrado, essendo circondato intorno da case gi persone di etnia Hmong.
                      Kowalski vedovo dopo 50 anni anni di matrimonio, ha un rapporto inesistente con la famiglia (vista come in tutti i film del regista come un agglomerato di avidità e menefreghismo), un rapporto di insofferenza con padre Janovich (che vorrebbe confessare il protagonista per via del desiderio della moglie defunta) ed è colmo di razzismo verso i suoi vicini asiatici e le persone di colore, che considera un sintomo della decedenza dell'america odierna, rispetto all'età dell'oro degli anni 50'.

                      Kowalski quindi è un personaggio che vive di molte contraddizioni sin da subito; si considera americanissimo fino al midollo, ma odia i vicini stranieri quando è lui in primis ad essere di origini polacche (un discorso che in realtà andrebbe esteso a tutti gli USA, gli americani puri sono pochissimi). Kowalski riflette molto il personaggio di Clint Eastwood; fiero Repubblicano, sostenitore delle armi, dei simboli a cui attaccarsi (La Ford Gran Torino del 1972, che l'uomo ex-operaio di fabbrica ha costurito con le sue mani)una forte avversione verso le minoranze, un rapporto di sufficienza verso la chiesa cattolica, un forte rabbia verso la vita e dei rapporti inesistente verso la sua famiglia di sangue che vede come un coarcevo di negatività (tra figli e nipoti non ne salva neanche uno); eppure ha un forte rimorso verso un passato oscuro e tetro che lo tormenta e lo sta uccedendo a poco a poco sottoforma di tumore ai polmoni.
                      Kowalski è un uomo che consoce molto di più la morte che la vita, avendo partecipato alla guerra di Corea e ucciso un sacco di asiatici in quel conflitto così sanguinoso ma spesso dimenticato nella storiografia, oscurato dalla precedente Seconda Guerra Mondiale e dal ben più noto ed umiliante Vietnam.
                      La recitazione di Clint Eastwood ha sempre avuto al suo interno una forte carica rabbiosa quando và in scena, come se dovesse dovesse sempre spaccare tutto e tutti. Quando parla con gli altri alla meglio risulta essere irriverente, in altri casi apertamente offensivo e razzista come nel suo rapporto con il barbiere italo-americano Martin, verso il quale gli insulti e gli stereotipi si sprecano eppure Kowalski tramite l'offesa riesce a costruire dei ponti di amicizia che riescono ad unirlo con gli altri.
                      La macchina da presa rispetta il mito e lo tratta con i dovuti riguardi, regia traccia il primo ponte di unione tra Thao (giovane ragazzo Hmong vessato da quelli della sua razza, che vogliono farlo entrare nella loro banda) e Kowalski, tramite un movimento di macchina che con un dolly inquadra continuamente il terreno sino a soffermarsi sui piedi dell'uomo per poi alzare l'obiettivo e riprendere con tutta la sua carica mitologica Clint Eastwood con un fucile in mano.

                      L'america rappresentata in Gran Torino è divisa per etnie dove ognuno è chiuso in sè stesso, senza pensare minimamente di aprirsi verso il prossimo. L'oscurità e la soltudine sempre più nera (magnifica la fotografia con quei neri così profondi, tetri eppure lirici nella loro oscurità di Tom Stern) lo stanno uccidendo e l'uomo trova in Thao poco a poco un erede con cui instaurare un rapporto, anche se è un estraneo.
                      Kowalski è l'america deli anni 50', quella del sogno, della morale, dei valori e del maschio bianco eterosessuale in cima alla piramide sociale; Thao invece è il nuovo, uno straniero che cerca di trovare un posto nel mondo in questa america divisa per razze dove ognuno si aggrega in base all'etnia se non per "clan" familiari, il quale però come sarà costretto ad ammettere Kowalski, ha molto più cose in comune con lui che con la sua famiglia depravata.

                      Kowalski a suon di insulti razziali, offese e stereotipi riesce a fare di Thao un ragazzo ed un futuro uomo retto ed onesto, tramite questo percorso l'uomo si aprirà verso il prossimo, facendo proprie alcuni elementi della cultura altrui, facendo si che da questa fusione nasca il proseguimento di ciò che ha fondato gli Stati Uniti come paese che mescola popoli e razze di tutto il mondo, che facendo dei loro valori nazionali una sintesi, dovrebbero garantire la sopravvivenza ed un futuro all'america.
                      Kowalski dopo un lungo e difficile avvicinamento quotidiano verso Thao (quest'ultimo poco a poco msotrerà sempre più carattere e forza d'animo, rispondendo al vecchio), arriverà ad aprirsi verso il ragazzo a confessare i rimorsi di un passato oscuro, di cui non ha fatto cenno neanche alla sua famiglia, poichè riconosce in uno "straniero" un confidente oramai totalmente in sintonia con i suoi valori; un erede spirituale a cui affidare il suo lascito spirituale (ed un insegnamento morale a noi spettatori, che soprende alla luce di cos'era e com'era considerato Clint Eastwood sino a pochi anni prima) e materiale tramite la sua Ford Gran Torino, che Thao guiderà per il lungo mare con sguardo sicuro verso il futuro; l'america fondata sul sangue se prima calvalcava per le praterie con in sella un John Wayne, oggi capito che la violenza genera solo altra violenza in un circolo vizioso infinito (smontando quindi tutto ciò in cui l' Eastwood attore s'era fatto portatore sino a quel momento), può riconoscere in uno straniero di un'etnia differente, un erede spirituale dei vecchi valori che incontrano quelli nuovi, che in futuro saranno tramandati alle nuove generazioni.

                      Gran Torino quindi è un film monumentale ed il testamento artistico-spirituale di Clint Eastwood, il quale è arrivato a concludere un lunghissimo percorso non solo come artista, ma anche come uomo (rispetto a Callaghan, come pensiero il regista ha fatto un balzo in avanti straordinario). Una personalità di destra ha girato un film fortemente critico verso un'america razzista e che vorrebbe chiudersi in sè stessa nei propri standard, per invitarla ad aprirsi e a relazionarsi con lo straniero per superare le reciproche diffidenze culturali e sociali, in modo da favorire una piena ed effettiva integrazione sociale.
                      Un personaggio come Walt Kowalski è uno dei più belli della storia del cinema e Gran Torino è il miglior film americano dal 2000 ad oggi, nonchè uno dei capolavori chiave del nuovo millennio e accostabile senza alcun timore reverenziale ai classici senza tempo della storia del cinema.
                      Accusato da alcuni critici submani di razzismo negli USA, l'accoglienza critica europea è stata monumentale, tributando valutazioni altissime a questa pellicola, con tanto di 5 stelle del Morandini e di ben 4 stelle del Mereghetti. Purtroppo nessuna nomiantion agli oscar, dove avrebbe stravinto se il mondo fosse stato giusto, ma nonsotante questo, il film costato 30 milioni, ha incassato in tutto il mondo 270, dimostrando per una volta l'intelligenza del pubblico, che si spera possa trarre un insegnamento morale da questa opera d'arte.

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