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Rick's Cafè Americain: il topic sul cinema classico

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  • Originariamente inviato da David.Bowman Visualizza il messaggio
    non so, ho capito la scena di cui parli ma non la ricordo così nel dettaglio (parlo di quella del film di Wilder). Detta così non mi convince molto, mi fa un po' strano Tarantino che si ispira a Wilder e ai classici di Hollywood, sappiamo bene che il nostro adora pescare nella nicchia del cinema "basso"
    L incipit di Inglorious Bastards è ripreso, secondo me, da I cinque segreti del Cairo di Wilder.
    Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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    • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
      L incipit di Inglorious Bastards è ripreso, secondo me, da I cinque segreti del Cairo di Wilder.
      ecco, su questo sono sicuramente più d'accordo. Tra l'altro ho trovato un articolo in rete in cui Tarantino cita questo film di Wilder tra le sue 12 pellicole preferite. Non so quanto sia veritiera questa lista perchè Tarantino ne spara di ogni e su di lui ci sono fin troppi aneddoti, però, ripensando a "Five Graves to Cairo", una connessione ci sta.

      "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"

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      • "Il signore resta a pranzo".
        Intellettuale burbero e egoista, a causa di un incidente resta bloccato su una sedia a casa di un suo ammiratore, e ne sconvolge la vita.
        Bravi tutti: La Davis insolitamente dolce, Durante (figlio di immigrati Salernitani) ottimamente doppiato da Giorgio Lopez attraversa il film come un fuoco di artificio, dialoghi a velocità impazzita (adoro queste commedie retrò, in cui tutti si insultano e si lanciano frecciatine con gran classe). Peccato per il protagonista, Wooley. Io quando vedo un burbero intellettuale tronfio e arrogante penso sempre a cosa ne caverebbe fuori il mitico Cliffton "Belvedere" Web.
        Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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        • Gioventù Bruciata di Nicholas Ray (1955).

          Il giudizio "Capolavoro" dato a questo film, l'ho trovato francamente eccessivo, seppur comunque mantenga a distanza di oltre 60 anni il meritato status di cult-movie che giustamente si è conquistato. Come tematiche è un film abbastanza alieno al cinema Hollywoodiano dell'epoca, che non cercava di avere troppi riferimenti all'attualità o comunque se erano di ambientazione contemporanea, preferivano rivestire l'opera di una sorta di patina fiabesca o comunque idilliaca, in modo da non calcare troppo la mano sull'aspetto reale.
          Nicholas Ray incensato da numerose penne dei Cahiers du Cinema, come grande regista, è forse un esempio di eccessiva esaltazione da parte della critica Francese a scapito di altri registi americani a lui contemporanei, che vennero da loro sottovalutati e poi con tutto il bene... non me la sentirei di accostarlo a big come Hitchcock o Ford come invece sostenevano tali critici, ed il tempo ha in effetti dato la giusta dimensione a tale regista nella storia del cinema.

          I temi sono interessanti ed un certo senso anticipano anche certi aspetti della New Hollywood, come il ribellismo, la violenza e l'inquietudine giovanile che fatica a trovare un posto nel mondo, per via dei contrasti con le figure autoritarie dei genitori con cui si sentono ben poco in sintonia. Se i genitori hanno conosciuto la sofferenza della crisi del 1929 e la seconda guerra mondiale, la generazione da baby-boom post al 1945, di cui il protagonista Jim Stark (James Dean) ne è un tipico esponente, dovrebbe avere tutto dalla vita ed invece si ritrova frustrata tra un'esistenza quotidiana fatta di noia e un'insofferenza per via della cappa di moralismo che ne limita gli ardori emotivi. In tutta onestà anche se il regista non prende esplicitamente posizione tra genitori e giovani, il titolo originale "Rebel Without Cause" è abbastanza emblematico nel prendere le distanze dal comportamento dei giovani protagonisti della pellicola, la cui ribellione in effetti per alcuni di loro sembra mancare della ragion d'essere, senza contare il finale dell'opera che nonostante una tragedia alla fine si conclude con un insoddisfacente elogio al conformismo sociale (almeno per me che sono anti-sistema).
          Il film in effetti pecca per dei dialoghi non certo esaltanti, specie nelle accese discussioni cui sono parte Jim Stark e Judy (Natalie Wood), con i propri genitori, che risultano logorroici, troppo spinti all'eccesso sin da subito e inconcludenti (nel senso che non si mettono mai le cose in chiaro, girando troppo a vuoto); un dialoghista più efficiente sarebbe stato di certo d'aiuto.


          La pellicola si segnala per una regia di Ray con delle inquadrature che rompono un pò con la tradizione classica (riprese dal basso e dall'alto cambiano i punti di vista e danno una maggior ricercatezza all'inquadratura) e una magnifica fotografia espressionista, la quale trova il suo apice nella celebre sequenza del planetario (La La Land profanerà tale luogo con un'insulsa danza tra le stelle), che con un gusto visivo eccezionale mette insieme efficacemente l'utilità narrativa del luogo (una gita scolastica), l'abilità nel comporre l'immagine da aprte del regista e una forza espressiva metaforica che sottolinea la solitudine e la perdita dei punti di riferimento dell'essere umano nel mondo, cosa in cui si rispecchia il giovane disadattato Plato (Sal Mineo), che subito ne fà un parallelismo con la sua situazione triste di essere solitario e senza nesusn legame, tanto che trova in James Dean immediatamente una figura paterna di cui sente la mancanza disperata.

          Per quanto riguarda la recitazione, non vorrei fare un reato di lesa maestà, ma seppur in parte (anche se forse troppo grande come tutto il resto del cast per interpretare un liceale) nel costruire una figura tormentata ed inquieta, la sua recitazione in taluni momenti scade un pò troppo nel voler cercare la posa da figo e un modo da porsi troppo gangsta yo yo giovanile a tutti i costi (anche quando non è necessario), ma incredibilmente mostra di possedere spiccate doti di intima sensibilità, che gli consentono di legare benissimo la sua partner femminile e con Sal Mineo.
          Su Natalie Wood (nominata non si sà perchè come non protagonista, quando palesemente è la protagonista del film) che cavolo devo dire? Con questa ho completato tutte le sue perfomance nominate agli oscar; è l'attrice più credible del cast nei panni di una liceale (aveva 17 anni all'epoca del film) e supera i limiti di una sceneggiatura che per la prima metà del film, la vuole vedere confinata come mera "ochetta" fidanzata di Buzz, boss del gruppo dei giovani che si scagliano contro Jim Stark; il suo stile recitativo fatto di freschezzae dolcezza emozionale, offre interessanti spunti in chiave psicanalitica (specie per il quanto riguarda il personaggio di Plato che in lei e Jim vi vede una famiglia), quindi respingo fermamente le accuse della critica dell'epoca ostile all'attrice (che scopro in realtà non essere stata molto amata dai critici togati dell'epoca in primis Pauline Kael), che la etichettò in modo dispregiativo come "fidanzatina d'america", evidentemente focalizzandosi solo sui ruoli e non sul modo in cui li metteva in scena; in alcuni film più avanti e comunque data la qualità delle pellicole cui ha preso parte, a-posteriori s'è presa una grande rivincita (e la mia stima).
          Concludo dicendo che Gioventù Bruciata è si un grande film, ma anche un'opera soggetta ad un certo invecchiamento in elementi di certo non di secondaria importanza, forse troppo esaltata dai fanboy di James Dean che morì qualche mese dopo l'uscita del film per diventare un mito immortale.

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          • Il buio oltre la siepe.
            Capolavoro, senza iperboli. Un film che riporta i ragazzi della mia generazione indietro alla loro infanzia, quando le vacanze duravano una vita e le si passava in qualche casa al mare o in campagnia...in cui l'inedia ti obbligava ad essere curioso e a vagabondare con un gruppo di amici improvvisati e di vivere piccole avventure. Il trio di protagonisti è anticipatore di tutte le squadre di "piccoli detective" che si vedranno in futuro, nonchè anticipatore del trio di protagonisti di Piramide di Paura o di Harry Potter. Abbiamo due personaggi principali di sesso opposto che, a turno, si scambiano il ruolo di personaggio sassy/ma fin troppo sanguigno e personaggio riflessivo/atto a placare l'eccesso di ira dell'altro. Il terzo elemento, il pusillanime di buon cuore che vince i suoi timori per aiutare gli amici (da notare che l'attore che lo interpreta assomiglia in maniera INQUIETANTE a Tim Burton da giovane XD). Il racconto è composto da due storie gotiche inframmezzate da un dramma processuale. Gotiche non sono solo le tematiche (la paura del diverso, il diverso incatenato in una casa fatiscente, il diverso inteso non come mostro ma come essere sofferente, il vicino di casa come vero mostro etc) ma anche nelle inquadrature...tutte le scene provengono dall'immaginario del gotico e del cinema espressionista. Specie la prima avventura nella casa del matto, con queste ombre che si stagliano contro le pareti e il "mostro", con la sua andatura cadenzata alla Frankenstein, che non viene mostrato. Espressioniste sono le inquadrature dei dettagli, specie quelle delle mani degli adulti che, in non so quale gioco di lenti, riescono ad apparire grottescamente grandi e minacciose, sia che esse siano rivolte contro la nostra soggettiva o che siano schiacciate contro un vetro. Espressionista è il gioco ai dettagli, al limite del feticismo, verso determinati oggetti e, non escludo, che Dario Argento si sia ispirato a questo film per il modo con cui ha ripreso in maniera spaventosamente inquietante le biglie e le bamboline di Profondo Rosso. Anche il già citato Tim Burton pare abbia inconsciamente preso da questo film, dato che le stesse inquadrature (il dettaglio delle mani che stringono il pacco, il dettaglio sugli orologi) sono presenti in altri suoi film. Anche Salvadores, in Io Non Ho Paura, ha attinto da questo film, specie nella intuizioni di filmare il tutto con la telecamera ad altezza bambino. Tutte le scene sono viste o in soggettiva infantile o all'altezza di quella soggettiva, tranne la parte in tribunale. Lì gli adulti continuano ad essere visti dal basso verso l'alto, ma non per inseguire una soggettiva infantile quanto la soggettiva dell'inputato, che è appunto seduto a centro aula. Se negli altri spezzoni riusciamo, grazie a quella soggettiva, a risentirci bambini e quindi in pericolo di fronte agli adulti, e a provare sincera ammirazione per l'alto Peck, che si staglia fisicamente e moralmente su tutti, in tribunale proviamo l'ansia di testimoni e di imputati, seduti, dalla loro sedia, capace di guardare dal basso sia il proprio avvocato, che gli spettatori sugli spalti, che i testimoni della parte avversa a fissarli. Bravissimo il sottovalutato Peck, qui emblema della figura paterna ideale: razionale, affettuosa, severa ma non rigida, moralmente inflessibile, saggia, educata, gentile, premurosa. Ottimi tutti gli attori (specie i "cattivi"). Menzione d'onore per Duvall, che interpreta il matto e che incarna alla perfezione il concetto di "non esistono piccole parti ma piccoli attori": in pochi minuti, in una scena totalmente muta, con il solo sguardo allucinato (espressionista anche esso, degno di Karloff), riesce a comunicare sia il terrore che può incutere ad un estraneo che l'enorme sofferenza del personaggio.
            Qual'è la verità? Ciò che penso io di me, ciò che pensa la gente, o ciò che pensa il burattinaio?
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            • Concordo, film fatto veramente bene.
              Però ho un appunto da fare: Gregory Peck prese l'oscar per questa interpretazione magistrale. Non mi pare sia stato sottovalutato.
              Yes, an' how many years can some people exist
              Before they're allowed to be free?
              Yes, an' how many times must a man turn his head
              An' pretend that he just doesn't see?

              How many roads must a man walk down
              Before you call him a man?
              (Blowin' in the wind)

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              • Originariamente inviato da UomoCheRide Visualizza il messaggio
                Il buio oltre la siepe.
                Il terzo elemento, il pusillanime di buon cuore che vince i suoi timori per aiutare gli amici (da notare che l'attore che lo interpreta assomiglia in maniera INQUIETANTE a Tim Burton da giovane XD).
                Personaggio ispirato a Truman Capote, amico d'infanzia e compagno di giochi di Harper Lee. Anche se mi pare che lui abbia detto in qualche intervista che, sin da bambino, lui era coraggiosissimo e che la fifona era lei.

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                • Per voi Gregory Peck meritava di più l'oscar rispetto a Peter O' Toole di Lawrence d'Arabia?

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                  • Il grande sonno di Howard Hawkes

                    Uff, il cinema classico hollywoodiano temo non faccia per me. La messa in scena ed il casting sono perfetti, è grande spettacolo ma la sensazione che sia tutto pre-impostato a tavolino è stata fortissima durante la visione. Inoltre l'intreccio è ingarbugliato tanto che dopo 10 minuti mi sono pentito di non avere un taccuino sottomano dove prendere nota.
                    Inoltre, e questa critica è del tutto personale, se c'è una cosa che mi ha dato fastidio e impedito l'immersione nel racconto è il machismo del protagonista, sempre sicuro di sè, sempre con la battuta pronta e con deduzioni brillanti (che, sarà che non riuscivo a stare al passo con l'intreccio aggrovigliato, sembrano piovere dal cielo e Marlowe sembra un semidio che non ne sbaglia una), le donne gli cascano ai piedi.. Anche quando si trova in difficoltà non siamo davvero preoccupati (e nemmeno lui lo sembra).
                    Ultima modifica di Cooper96; 09 marzo 19, 19:10.
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                    • Fronte del Porto di Elia Kazan (1954).

                      Fronte del Porto (1954) è il miglior film di Elia Kazan e al contempo un capolavoro assoluto della storia del cinema. Mai nel cinema americano la lotta di classe è stata messa in scena con una messa in scena così schietta e sincera da parte di un cineasta, che confeziona un film in netto anticipo sui tempi, combinando la denuncia sociale-civile con un registro da melodramma-noir.

                      Invece di essere osannato per il capolavoro che è, purtroppo la critica di sinistra (maggioritaria nel cinema), si è concentrata sul sottotesto pro-Maccartismo di cui il film si farebbe portatore e facendolo a pezzi accusando l'opera di essere un film di "destra".
                      Sinceramente credo che l'interpretazione extra-filmica non vada mai adoperata e l'unica cosa che conta, è la potenza dell'immagine filmica; da questo punto di vista, Fronte del Porto non ha poi molti rivali a dire il vero.

                      Il basso budget (neanche un milione di dollari), diede al regista molta libertà nelle scelte stilistiche e negli attori.
                      Elia Kazan nel ruolo di protagonista dell'ex pugile fallito Terry Malloy, richiama il fidato Marlon Brando e diede il resto delle parti ad attori ed attrici formatasi all'Actor's Studio come Eva Marie Saint e Rod Steiger.
                      Tranne che per qualche manciata di minuti, la maggior parte del film è girata in luoghi reali ed aperti tra cui il porto e le degradate strade portuali di New York.

                      L'immagine di Fronte del Porto è di un grigio cupo, una miscela di polveri e vapori che si mescolano creando una cappa desolante, degradante e sporca nella messa in scena, che attraversa il porto, edifici chiusi come la chiesa sino ad arrivare sui tetti dei palazzoni fatiscenti ed obsoleti, dove di tanto in tanto si rifugia Terry Malloy, per curare dei piccioni.

                      Fronte del Porto è una storia di un fallito e delle sue occasioni mancate, che finalmente però dopo un lungo periodo di omertà a seguito dell'omicidio di Joey Doyle da parte del racket mafioso dei capi del sindacato dei portuali, ha una forte crisi di coscienza, intraprendendo un percorso di redenzione. Decisivo per questo sarà l'aiuto di Edie Doyle (Eva Marie Saint), sorella del morto e dell'energico prete Barry (Karl Malden), anche se avrà contro non solo il capo della malavita sindacale Johnny Friendly (Lee J. Cobb) e del suo braccio destro Charlie Malloy (Rod Steiger) fratello del protagonista.
                      Un altro personaggio che aleggia onnipresente, seppur non ha un volto che lo incarna è l'omerta', una schifosa e tacita regola d'onore che impone a tutti i lavoratori portuali di lavorare senza vedere e né sentire niente, scegliendo così di farsi sfruttare dai capi mafiosi del sindacato, emarginando tutti coloro che scelgono di opporsi a tale sistema, scegliendo di denunciare alle competenti autorità le attività illecite.

                      Johnny Friendly, veste con cappotti eleganti da oltre 100 dollari, eppure sfrutta e umilia costantemente i lavoratori portuali con paghe da fame e scegliendo di persona chi ogni giorno debba lavorare (ovviamente coloro che piegano facilmente la testa dimostrandosi servili) Terry Malloy, crede di essere tenuto in considerazione da Johnny, ma non ha capito di essere una mera pedina a suo uso e consumo, che può essere scartata appena non serve più. Terry é un po' come i piccioni che alleva, per lui la vita consiste nel mangiare e dormire, magari il tutto condito da qualche elargizione materiale extra che di tanto in tanto i capi del racket gli lasciano, senza mai avere un'aspirazione nella vita e né avere un minimo rispetto della propria persona oramai sprofondata così in basso nella vita da fare schifo. Sarà il prete Barry con i suoi energici discorsi che hanno la propria radici nelle sacre scritture, a dargli una coscienza di classe e fargli capire quanto sia un fallito, incitando così Terry a comparire innanzi al tribunale e dire la verità. È vero che c'è bisogno di lavorare per guadagnare, ma la propria esistenza non può venir lesa per dei soldi, se il mondo oggi presenta queste disuguaglianze sociali è proprio perché le classi sociali più basse si svendono, senza pensare ai propri diritti.

                      Padre Barry vuole far comprendere ai portuali, che devono pensare di essere persone che vivono in interconnessione con gli altri, in modo da fare propria la sofferenza e la morte dei propri fratelli lavoratori, arrivando a ragionare finalmente come entità collettiva e non come individualisti.
                      Kazan mostra tutta la propria sfiducia verso i padroni ed i corpi intermedi come i sindacati, gestiti da gente che la maggior parte delle volte non ha mai svolto il lavoro sul campo e pronti a svendere i diritti dei lavoratori per accordarsi con i padroni, il risultato é che i soldi alla fine li vedono sempre i potenti, mentre la base è sempre al palo. Il regista auspica l'eliminazione di tale entità o comunque la gestione apicale del sindacato da parte di lavoratori come Terry Malloy, in modo da contrattare individualmente con il padrone, spuntando cosi condizioni lavorative migliori.

                      Kazan grazie alla sua regia cruda e marcata ma dalla forte umanità, regala sequenze memorabili e con tocchi espressionisti nella rappresentazione dei vicoli portuali con quei forti tagli di luce, oppure il dialogo chiarificatore tra Edie e Terry intervallato dai suoni delle ciminiere delle navi, quando quest'ultimo le confessa di essere stato indirettamente responsabile della morte del fratello.
                      Il tutto è condito da indimenticabili interpretazioni attoriali, cominciando dall'incrollabile Eva Marie Saint, una figura angelica che porta un po' di luce della ragione in un mondo omertoso e troppo pragmatico, passando per il grande Rod Steiger capace di improvvisare totalmente uno scambio di battute in macchina sino ad arrivare al monumentale Marlon Brando, perfettamente calatasi nel corpo e nella mente, nei panni di un fallito lavoratore portuale, oramai rassegnato dai troppi colpi bassi della vita, ma capace di ritrovare la dignità perduta grazie agli energici dialoghi di Padre Barry, testimoniando coraggiosamente innanzi al tribunale, per poi tirare fuori la rabbia repressa contro Johnny Friendly prendendolo giustamente a pugni poiché i mafiosi sono un cancro dell'umanità da estirpare in ogni modo, sino a farsi simbolo laico di un Cristo lavoratore, che si vuole far riconoscere come capo giusto dei lavoratori portuali in un finale monumentale.

                      Prodotto con un basso budget, guadagnò quasi 10 milioni di dollari, ottenendo ottime recensioni critiche guadagnando un Leone d'argento per miglior regia e ben 8 meritatissimi oscar una volta tanto, tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore (Marlon Brando), miglior attrice non protagonista (Eva Marie Saint) e miglior sceneggiatura originale.
                      Bistrattato da una certa critica (Mereghetti gli dà 2.5 stelle), è una pellicola da vedere senza alcun pregiudizio e senza farsi influenzare dalla funerea fama che si porta dietro per colpa di certe interpretazioni che esulano dal film in sé.

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                      • Gli Spostati di John Huston (1960).

                        "Basta seguire la stella per ritrovare la strada di casa"


                        L'ultima battuta del film pronunciata da Clarke Gable, si rivelerà essere anche il suo definitivo addio al cinema, infatti l'attore sofferente già durante le riprese, morirà appena 15 giorni dopo le riprese ed insieme a Marylin Monroe (ultimo filn pure per lei), non tornerà mai più a casa e sarà nell'olimpo delle stelle del cinema per sempre. Gli Spostati (1960) di John Huston, è una pellicola crepuscolare e dal sapore mortifero (dovuto anche al destino di tre dei suoi protagonisti), tremendamente facile, ma anche portatrice di una visione malinconica della fine di un'epoca. Con Arthur Miller (marito di Marylin Monroe) alla sceneggiatura, Huston riprende i vecchi archetipi del western come la bionda esplosiva e il cowboy, per portarli innanzi al tribunale della storia come imputati e smontarli dall'interno nella loro rappresentazione figurativa.


                        Roslyn (Marylin Monroe) è una donna bellissima, ma già segnata da un divorzio, trovandosi per questo a vagare senza meta finché non incontra un cowboy di nome Gay (Clarke Gable), Giudo (Eli Wallach) e Pierce (Montgomery Clift).
                        Sono tutti degli Spostati (ma sarebbe meglio tradurre con disadattati), le cui figure sono spogliate del tutto della loro aura mitologica per farsi tangibili, specie il cowboy Gay, il cui spirito di libertà vive solo nelle sue parole vacue, poiché è la storia ad averlo condannato a dover soffrire e tirare fuori la cattiveria per poter sopravvivere nella provincia più sconfinata e polverosa dell'entroterra americano.

                        Tutti i nostri protagonisti non hanno mai avuto una casa o non ce l'hanno da tempo immemore, vedendosi costretti a vagare qua e là in un paesaggio intriso di violenza e in preda ad un malessere esistenziale a cui non sanno trovare risposta.

                        Le certezze sono crollate e la tanto decantata libertà, sbatte violentemente contro la cruda realtà dei fatti che trova il massimo apogeo nella cattura dei mustang, non c'è nulla di epico in tutto questo; tra una popolazione oramai quasi decimata, l'inutilità di usarli come mezzo di trasporto (ormai vanno tutti in motorino dice Gay) e la fatica, il sudore e la polvere per poterli dominare e catturare con tutte le proprie forze, emerge il lato più brutale e veritiero di ciò che il mito ci ha tramandato. Le praterie sconfinate sanno di desolazione più che di libertà ed i cavalli sono sfruttati solo come carne da macello, è un colpo durissimo a tale animale, figura simbolo del vecchio west.

                        È un peccato che tanta grazia figurativa non sia sorretta da altrettanta perizia nella scrittura. La sceneggiatura non è male, solo che Artur Miller ci va giù con la mano pesante nello script, appesantendo troppo il film di una letterarieta' di fondo che a conti fatti impedisce all'opera di emanciparsi totalmente dalla carta su cui è stata stesa. Forse più adatta alla pagina scritta che al cinema, Gli Spostati ha il pregio innegabile di regalare ai suoi protagonisti delle perfomance attoriali di notevole livello. Clarke Gable è rivoltato come un calzino nella sua iconografia, il suo volto sofferente ed i 60 anni di età si fanno certamente sentire, ma il sex appeal non gli manca di certo, riuscendo ad essere un partner credibile per Marylin Monroe.

                        Riguardo quest'ultima, il ruolo è un fortemente autobiografico (così come quello di Montgomery Cliff, che fa riferimento ad un incidente al viso), con varie vicissitudini provenienti dalla sua vita reale. Marylin Monroe forse è un mito superiore di gran lunga alla propria fama, ma se è così amata non può essere solo la morte in giovane età o la sua bellezza "trasgressiva", di sicuro Marylin Monroe è quella che si può definire un'attrice di "emozioni", non ha una grande tecnica ma neanche si può definire bella e basta, poiché quando si mostra innanzi alla macchina da presa, travolge come un uragano lo spettatore grazie alla sua presenza scenica. L'attrice migliorata di film in film, dopo le sue prime perfomance dove si riscobtravano problemi di dizione anche, negli ultimi 3-4 film era migliorata moltissimo, arrivando a regalare al mondo a 35 anni, la sua miglior perfomance di tutta la sua carriera. Fragile e vulnerabile, risulta autrice di una prova recitativa dove mette da parte i suoi manierismi, per buttarsi anima e corpo nella tangibile delusione esistenziale del suo personaggio, che come i mustang, desidera essere libera. Purtroppo per l'attrice, il flop del film, la privera' di possibili premi in quella stagione cinematografica. Il volto mostra i segni del tempo, ma aggiunge ulteriore fascino alla sua bellezza; morirà in circostanze misteriose ad appena 36 anni, era ancora bellissima e con tutta la vita ed una carriera davanti per mostrare i suoi progressi; ma di lì a poco, diventerà un mito.


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                        • Scommetto che dopo aver letto la fanta biografia della Oates la guardi in modo diverso.

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                          • Diciamo che la vedo con molta più simpatia e con uno sguardo molto più sffettuoso dopo la lettura del libro, innegabile poi che l'attrice nei suoi ultimi 3-4 film, fosse miglioata di gran lunga rispetto ai film precedenti.

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                            • Originariamente inviato da Sensei Visualizza il messaggio
                              Gli Spostati di John Huston (1960).

                              "Basta seguire la stella per ritrovare la strada di casa"
                              non è equiparabile ai capolavori del regista ma resta un film ottimo, al quale sono da sempre particolarmente affezionato. E' un tipico film di Huston e "alla Huston".

                              Suggestivo western ecologico, scritto da Arthur Miller, assai moderno e critico nei confronti della mitologia del genere. I personaggi sono, appunto, “spostati” (cioè non solo perdenti, ma anche psicologicamente sfasati), smarriti nell’illusoria ricerca di una libertà che esiste ormai solo nei loro sogni, l’America descritta è un paese che vive nella celebrazione, falsificata e mercificata (quella dei rodeos), di un passato ormai lontano, la caccia ai cavalli selvaggi si rivela solo il tentativo di una fittizia fuga dalla realtà e svela, alla fine, la sua vera essenza di brutalità e violenza alla natura. Troppo amaro ed atipico per piacere al pubblico, in anticipo sui tempi e su molto cinema americano “revisionista” degli anni ‘70, è uno dei film più rivelatori della “filosofia” hustoniana e sentiti dal suo autore. Il suo carattere di lamento sulla fine del sogno americano, la sua impietosa analisi sul malessere della società statuinitense ed i suoi toni crepuscolari trovano una straordinaria sintonia nelle sofferte interpretazioni dei tre divi protagonisti (Clark Gable, Montgomery Clift e Marilyn Monroe), accomunati dal singolare destino di morire tutti poco dopo, conferendo alle loro prove d’attori il valore aggiunto di una sorta di struggente commiato artistico. Per questo motivo il film ha assunto la sinistra fama di pellicola "maledetta", finendo presto in un immeritato oblio. La Monroe, in un ruolo scrittole su misura da suo marito Arthur Miller, dà una grande prova del suo talento di attrice drammatica, spesso offuscato dal suo fascino esplosivo. La scena della cattura dei cavalli è da antologia del cinema western.

                              Originariamente inviato da Sensei
                              Fronte del Porto di Elia Kazan (1954).

                              Fronte del Porto (1954) è il miglior film di Elia Kazan e al contempo un capolavoro assoluto della storia del cinema. Mai nel cinema americano la lotta di classe è stata messa in scena con una messa in scena così schietta e sincera da parte di un cineasta, che confeziona un film in netto anticipo sui tempi, combinando la denuncia sociale-civile con un registro da melodramma-noir.

                              Invece di essere osannato per il capolavoro che è, purtroppo la critica di sinistra (maggioritaria nel cinema), si è concentrata sul sottotesto pro-Maccartismo di cui il film si farebbe portatore e facendolo a pezzi accusando l'opera di essere un film di "destra".
                              Sinceramente credo che l'interpretazione extra-filmica non vada mai adoperata e l'unica cosa che conta, è la potenza dell'immagine filmica; da questo punto di vista, Fronte del Porto non ha poi molti rivali a dire il vero.
                              qui sono meno d'accordo. Per quanto sia indubbiamente un gran film lo ritengo inferiore ad altre opere del regista come: Splendor in the Grass (il mio preferito!), A Streetcar Named Desire e naturalmente East of Eden.

                              A parer mio On the Waterfront (la cui importanza e grandezza cinematografica sono comunque indiscutibili) risente di alcune forzature ideologiche e di uno schematismo politico "a tesi" che gli tarpano in parte le ali artistiche. Kazan, la cui controversa collaborazione politica è ben nota, volle usare questo film anche per togliersi alcuni sassolini dalla scarpa nei confronti dei comunisti e della sinistra in generale.
                              Ultima modifica di David.Bowman; 23 marzo 19, 15:06.
                              "E' buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo"

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                              • Credo invece che Fronte del Porto con tutte le sue controversie, credo abbia al suo interno molta parte del cinema di Kazan e l'anima del proprio regista.
                                Marlon Brando è anche meglio rispetto al film Il Tram che si chiamava desiderio.

                                Che sia anti-comunista non vedo il problema, i film non devono mica essere tutti ideologicamente di sinistra, perché il pensiero critico comune vuole così. Ben vengano le voci non allineate. Poi Kazan per quello che ha fatto innanzi alla commissione è condannato dalla storia come giusto che sia.
                                Se Fronte del Porto lo vedo nel 2019, logicamente devo dargli una lettura evolutiva poi, altrimenti resta fermo agli anni 50'.
                                Poi anche Scorsese lo adora.

                                Poi gli altri due film puoi preferirli, non c'è problema, sono due capolavori.

                                Gli Spostati di Huston soffre di una sceneggiatura troppo letteraria. È quello per me il suo maggior difetto, ma alla fine è un ottimo film. Per ora per quel che ho visto di Huston direi :

                                - Giungla d'Asfalto
                                - Tesoro della Sierra Madre
                                - Mistero del Falco
                                - Gli Spostati
                                - Gli Inesorabili
                                - Fuga per la Vittoria

                                I primi tre sono dei capolavori.
                                Ultima modifica di Sensei; 23 marzo 19, 15:26.

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